Un sogno ricorrente

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Ho un sogno ricorrente.

Ho 19 anni e sto guidando la mia C1 rossa. È nuova, la prima marcia è una saetta.

Mi piace guidare, meglio se veloce se no mi annoio.

So che ho 19 anni perché sento la mia testa macinare problemi freschi, pensieri appena nati, ossessioni di un tempo vuoto da riempire.

So che ho 19 anni perchè indosso quella maglietta, sta iniziando l’autunno. Ho i capelli marroni, di quel colore che nessuno sa definire, lunghi fin sotto alle spalle.

La divisa è grigia, con il logo del Portanova in alto a sinistra, vicino al cuore. Ho le maniche tirate su, probabilmente sto cantando una canzone che esce dalle casse della radio. I finestrini sono chiusi: non fa più molto caldo e così posso stonare quanto mi pare.

Arrivo alla rotonda. Quella rotonda enorme che hanno fatto quando hanno inaugurato l’IperCoop: deve essere stato qualche anno fa. Se sterzi tutto a sinistra arrivi lì, se invece la fai tutta entri nella via del cimitero. Hai presente no?

Io dovevo andare al cinema, devo tirare dritto. Ho il turno che inizia alle 19.45, come al solito sono in ritardo. Speriamo di beccare l’onda verde, almeno stavolta. Chissà se Mark ha già tirato giù i popcorn o se ancora una volta li ha lasciati a me da fare.

Ho 19 anni ed un ragazzo di 21 mi sta introducendo al nonnismo. Non so ancora che mi sta insegnando a sopravvivere al lavoro. Almeno l’ho saputo presto.

Hannah Baker e Casco Jenner, 10 anni prima di TREDICI.

È mercoledì, l’ingresso in sala costa meno.

Devo cambiare anche le buche delle caramelle. Per ogni 10 maialini che metto dentro nella boccia, uno lo metto nella bocca. Alla faccia delle telecamere.

Non mi sono mai piaciute le regole.

Orde di umani arrivano bagnati dalla pioggia e dopo cena si scassano di patatine, mentine e Fanta. Ma che voglia avete? State a casa con la vostra famiglia, che mi toccherà passare qui tutti i miei futuri weekend fino alle 24, per i prossimi 3 anni. Ancora non lo sapevo.

Ancora non sapevo che stavo per vivere una delle esperienze che ricordo con più nostalgia.

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Imbocco viale Indipendenza, mentre l’asfalto sotto alle mie ruote sembra incrinarsi, collimare con qualcosa di invisibile.

Si alza, si alza ancora. Come se fosse uno scivolo al contrario. Cambio marcia, salgo con la carreggiata mentre nella mia mente comincia ad insinuarsi la paura. Tengo saldo il volante.

Non canto più.

La strada non si alza più.

Sono all’altezza del concessionario della Citroën, e l’asfalto termina.

Sto planando.

Lascio le mani dal volante, le sollevo in aria come fosse una montagna russa, senza quel misto di eccitazione tipica del divertimento.

Urlo, sento il dolore nella trachea, lo stomaco arrotolarsi su sè stesso ed annodandosi produce bile. Sento il suo sapore acido sulla lingua.

Mi sveglio, ormai non ho più paura, la scarica di adrenalina si esaurisce in breve.

Probabilmente non sto morendo.

Sto solo volando.

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