Toronto, una città da mangiare

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Finalmente, direte, torna a parlare di qualcosa di pseudo-utile. E avete ragione, che devo di’, avete proprio ragione.

Oggi allora vi propongo un bell’articolo gigione, come avrebbe detto la Simona Ventura a X-Factor. Anzi, questo è gigionissimo, perché non vi parlerò solo di un viaggio, ma anche di cibo. Sì, in rare occasioni, mi piace vincere molto facile.

Devo ammettere che il mio viaggio in Canada è stato un percorso fra tantissime sorprese, a partire dal costo del volo: un A/R morbido morbido a 400 euri significa solo una cosa: non puoi perdere l’occasione. Anche questa volta il mio è stato turismo a scopo matrimoniale, non nel senso che sono andata a sposarmi in Canada con un bel destination wedding da chilo, magari, no no, roba più tipo si sposava una mia amica e mi ha chiesto di farle da damigella che peccato mi tocca andare a Montréal vestirmi bene mangiare come un animale bere aggrao farmi fare foto tutto il giorno tenere strascichi di vestiti no vi prego non lo voglio fare e invece lo faccio eccome ehehe e mi ci crogiolo pure.

Insomma, del matrimonio, che è durato 4 giorni (lol) vi parlo magari un’altra volta, ma è grazie a questo dolce motivo profumato di fiori d’arancio che mi sono messa in viaggio, appunto, per Montréal. Ma scusa ma vai a Montréal e non ti fermi prima a Toronto? Hai pure un’amica che ci abita, ti pare che te la perdi?” ha detto la voce da Milanese Imbruttita dentro di me. E allora sbadabem, Venezia-Toronto-Montréal, strisci la carta, tac, è un attimo.

Anche in questo caso, come quella volta del Messico, il Canada non era al top della mia lista di posti da visitare, ma quando si tratta di viaggi mi piace molto essere smentita, come avrete capito. La saporita bellezza di Toronto ha messo a tacere la mia diffidenza con dei bocconi di deliziosa gentilezza, una spruzzata di baseball, un’aggiunta di birrette artigianali e molto altro che ora vi racconto.

Perché vi parlo di Toronto e non di Montréal? Credetemi, se siete damigelle ad un matrimonio indiano con 400 invitati e cerimonie per QUATTRO giorni, i 25 minuti liberi che vi rimangono li passate a mantenere una debita distanza fra dormire e morire. Ho visto qualcosa, poco, troppo poco, ma non vi preoccupate che l’anno prossimo ci tornerò e non sarò la damigella di nessuno, visiterò per bene anche Montreal e poi vi farò sapere; chissà, magari al mio ritorno l’anno prossimo mi innamorerò di Montréal e tradirò Toronto. Sarà difficile, però. E vi dico perché.

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Ma lei stupisce nel piccolo, quando si parla di dettagli e di atmosfere. Ed è qui che entra in gioco il parallelo con il cibo: innanzitutto a Toronto si mangia incredibilmente bene, meravigliosamente bene, oddio che bene che si mangia. Si possono trovare tutti i tipi di cucina del mondo, letteralmente, e nella maggior parte dei casi i ristoranti offrono piatti dalle preparazioni autentiche, curati, buonissimi. Insomma il  tasso di locali dove si mangia da Dio è altissimo, dato assolutamente non banale. E poi è una città da mangiare, nel senso che va proprio mangiata, non assaggiata, non annusata, non idealizzata. Non si deve perdere tempo con queste cose a Toronto, devi uscire, vedere e fare cose, riempire il tuo tempo con la quotidianità di una metropoli che usa ancora i token in metropolitana. E allora te la godi davvero, perché è così che sa piacere davvero. Non si tratta di una città di eccessi, festaiola e mondana, ma è estremamente piacevole starci, girarla, cercare un bel posto per fare brunch o vedere una partita di baseball o andare a bere una birra artigianale in uno dei numerosi birrifici di quartiere. Anche la poutine, piatto tipico del Québec ed importato nel resto del Canada, deve avere un sapore più rassicurante a Toronto rispetto a qualsiasi altro luogo. Io ci credo perché è proprio così che mi sono sentita: al sicuro, e proprio per questo invogliata a mangiare ancora quella città così goffamente enorme e intimamente serena.

21534628_10213899523868004_1008091549_oLe mie papille gustative si sono abbandonate a tutti i sapori che mi sono ritrovata davanti, di brunch in brunch e di cena in cena. Fra localini hipster, gelaterie, tequilerie, ristoranti fusion, cucina asiatica, brunch tipici canadesi e molto altro, mi sono fatta abbracciare e avvolgere da ogni singolo aroma, da ogni cosa che ho mangiato o bevuto, dalla sensazione che in tutto ciò che stavo assaporando ci fosse una goccia di passione che faceva la differenza. Certo, anche a Toronto il junk food tende agguati piuttosto invitanti e spesso mi sono lasciata tentare, ma ci vuole anche quello perdio… la vita già è difficile di suo. E se proprio volete farla sporca, come si dice dalle mie parti, fatevi una beaver tail da BeaverTails. Non vi dico nient’altro, fatevela e capirete. Per quanto riguarda cibo vero, invece, vi do giusto i nomi di 3 posti che mi hanno lasciata proprio in stato di sublime grazia: Aunties and Uncles, riconosciuto dai local come uno dei posti migliori per fare brunch a Toronto; là via di uova strapazzate, bacon, pancake con sciroppo d’acero e tutte quelle delizie libidinose dal carico calorico preoccupante, molto Canadian, molto buono. Al Distillery District vi consiglio assolutamente El Catrin, un messicano che farebbe invidia a un sacco di ristoranti di Città del Messico, merita una visita anche solo per gli arredi, roba psichedelica. E poi Boralia. Boralia, ragazzi, è uno dei posti più assurdi dove io abbia mai mangiato. Dire che è al top è ancora dire poco. I cocktail sono incredibili, il menù è pazzesco, lo staff di una cortesia favolosa, mai stucchevole. La cucina, da inesperta quale sono, la definisco “fusion” perché mette insieme preparazioni della cucina internazionale con sapori tradizionali dalla storia antica, quelli dei nativi e dei primi coloni arrivati nel continente americano. Un menù degustazione da condividere, un’esperienza sensoriale che non dimenticherò perché non vorrei mai. E dopo questa recensione che Tripadvisor mi fa un baffo, vi dico perché definisco Toronto una città da mangiare, al di là del cibo.

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Per qualche minuto, immersa fra i grattacieli che riflettevano un cielo più blu di quanto potessi desiderare, Toronto mi ha permesso di stare semplicemente su un marciapiede, col naso all’insù, a guardarla. Da una città con 3 milioni di abitanti non te la aspetti, questa pace, ti aspetti frenesia ad ogni angolo, a tutte le ore, uno scippo qua, un pazzo al semaforo di là, gente in tailleur che ti prende a spallate. Sono stereotipi, direte, ma mica tanto, andate a Manhattan poi mi fate sapere. A Toronto, comunque, non è così: ci sono giorni e orari in cui è davvero deserta, non è una città che non dorme mai, anzi, è una città che va a letto relativamente presto. Si muove, certo, si muove tanto, ma non velocemente come uno crederebbe. Realizza sogni, incontra desideri, funziona, offre diversità culinarie e culturali, offre opportunità, si fa volere bene. Tutto con una vena hipster moderata, un’eleganza celata dentro le pance a pianta quadrata dei grattacieli, una tranquillità che a volte sembra annoiare, e invece è solo appropriata. Se vuoi fare tanto devi farlo succedere tu, lei non si impone; e tu non puoi che alzarti, prendere un piatto di curiosità e riempirlo più che puoi di tutto ciò che c’è da fare e da vedere in quel buffet: da quando ci ho messo piede, ho capito che non potevo lasciarmi sfuggire nemmeno una briciola di quella città perché mangiarla era il solo modo per viverla, ed è bastato un assaggio per volerne ancora, una, due, dieci volte. Dai biscotti all’acero alla mia prima partita di baseball, dal gelato racchiuso fra due cookie ipercalorici alle cascate del Niagara in un giorno di pioggia, da High Park al panorama dalla CN Tower e dai giri in Uber al Distillery District… tutto ciò che ho mangiato a Toronto mi ha deliziata e nutrita, senza mai farmi sentire appesantita o delusa. È semplicemente buona, tutta davvero buona.

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