La “Mommy” è sempre la “Mommy”

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Come un videoclip, di quelli belli che riguarderesti all’infinito. L’estetica del giovane cineasta canadese Xavier Dolan, di soli 25 anni e con 5 film già realizzati e premiati ampiamente in vari festival internazionali, rispecchia pienamente ciò che piace alla nostra generazione, forse perché nessuno meglio di lui la conosce e ne fa parte.

L’attenzione alla moda, ai look “fuori dal coro”, alle colonne sonore e ai colori (a volte sembra che le inquadrature dei suoi film siano state oggetto di un bel filtro di Instagram o di VSCO Cam, come preferite) sono alcuni dei tratti fondamentali non solo del regista ma un po’ di tutti i nostri coetanei.

 

Ma c’è evidentemente di più. Nei film di Dolan non c’è solo l’estetica ma anche molto contenuto e di quello denso, che chiude lo stomaco e ti accompagna anche fuori dalla sala, ti fa riflettere e ti lascia qualche pensiero a macerare pian piano.

Uscito il 4 dicembre scorso nelle sale italiane (e mi maledico per non averne parlato la settimana scorsa qui su Gushmag), Mommy è il quinto film dell’enfant prodige du cinéma, il primo del regista che trova finalmente una distribuzione anche nel nostro paese e, infine, vincitore ex aequo del Gran Prix all’ultimo Festival di Cannes con Adieu au Language di Jean-Luc Godard.

Uno dei temi fondanti della filmografia di Xavier Dolan realizzata fin’ora è stato il rapporto con la figura materna. Cresciuto con un padre assente, ha da sempre introdotto nelle trame dei suoi film (fin dal primo lungometraggio dal titolo significativo J’ai tué ma mère – letteralmente Ho ucciso mia madre) un rapporto di odio-amore tra madre e figlio e, dopo aver trattato solo marginalmente questo argomento nei tre film che sono seguiti al primo, eccolo tornare prepotentemente al centro della scena.

In Mommy Diane “Die” Després (Anne Dorval), si ritrova con il figlio Steve (Antoine-Olivier Pilon) appena uscito da un istituto psichiatrico/riformatorio dove era stato rinchiuso per una serie di problemi caratteriali come la tendenza agli eccessi di rabbia, una spiccata iperattività e un affetto quasi morboso nei confronti della madre. Decisa a costruire una sua “normalità” ora che il figlio è tornato e intenzionata a placare con l’amore l’ego eccessivo del ragazzo, si capisce nel giro di poco che la cosa non è per niente facile. Tra i due si inserisce anche la figura di Kyla (Suzanne Clément), una vicina di casa timida ed introversa che darà il proprio contributo all’educazione di Steve.

A tratti ironico e a tratti drammatico, il rapporto tra Steve e Diane è il motore di tutto film e lo spettatore lo vive e lo sente anche attraverso il formato dell’immagine 1:1 in cui è concessa la presenza di un personaggio alla volta e l’analisi profonda di ogni azione-reazione.

Nonostante lo stesso Dolan affermi di non avere una vera formazione cinematografica e che i suoi film culto sono Titanic, Mamma ho perso l’aereo e Batman Returns, lasciatevi travolgere dall’energia e dalla passione dei suoi film. Sarà un po’ come tornare ad avere 25 anni.

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