Imparare giocando: Gamification per il turismo

tesoro

Voi lo sapevate che secondo gli ultimi studi di neuropsicologia, condotti da Sharon Begley, nell’apprendimento, l’essere umano ricorda il 10% di quello che sente, il 20% di quello che legge e circa l’80% di quello che vede e fa?

Ebbene sì, quando siamo stimolati anche a livello esperienziale la nostra capacità di mantenere le conoscenze che acquisiamo migliora! Questa non è certo una novità. Spesso si sente dire che se un bambino si trova a sperimentare in prima persona un problema da risolvere, imparerà meglio la “lezione”, ma in molte situazioni anche noi adulti siamo un po’ dei bambini in fatto di apprendimento, e recentemente ho sentito molto parlare di questa “esigenza” di trasmettere delle nozioni in maniera non classica per ottenere risultati migliori nell’apprendimento.

I campi di applicazione di questo metodo innovativo sono molteplici, ma vorrei porre l’attenzione sul turismo: settore nel quale tutti, indipendentemente dall’età, dal titolo di studio, dal quoziente intellettivo, da tutte le variabili che volete metterci in mezzo, ci troviamo ad imparare (a volte anche involontariamente) qualcosa di nuovo, e non c’è modo migliore di imparare se non divertendosi.

Avete mai sentito parlare di gamification?

La gamification, nella definizione generale, è l’applicazione di dinamiche, meccaniche e metafore di gioco a contesti non espressamente ludici, che possono andare dall’ambito aziendale e del management fino all’ambito educativo.

C’è da precisare che con questa affermazione non si intende la trasformazione totale di tutto ciò che si fa nel mondo reale, in un gioco, gamification, al contrario, è creare un’esperienza più coinvolgente, integrando gli elementi del gioco a un processo di business per aumentare il livello di conoscenza. Si stima che l’accuratezza dell’apprendimento possa migliorare fino al 30% in quanto le persone coinvolte sono spinte verso un continuo miglioramento personale e professionale, grazie alle meccaniche di gioco applicate ai processi di business.

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Nell’ambito del gioco si viene quindi a creare quello che gli studiosi chiamano “cerchio magico”, ovvero una dimensione che esiste solo nel momento del gioco, nella quale si ha la percezione di trovarsi psico-fisicamente in uno spazio virtuale che divide il mondogamification del gioco da quello esterno. In questo “cerchio magico” valgono le regole del gioco e non quelle del mondo reale.

Ecco che con la gamification si ha la possibilità di porre il giocatore nel cerchio magico: se egli si sente importante, sarà motivato a partecipare e a rispondere agli incentivi che il sistema-gioco prevede.

Dunque, perché “gamificare”?

Per coinvolgere le persone, in quanto più un servizio è divertente, più è attrattivo. Si crea un’esperienza, perché anche se l’ambito non è quello del gioco, si prova un coinvolgimento simile a quello che si prova mentre si sta giocando e questo dà modo alla nozione che si vuol far apprendere, di essere rinforzata. Questa concezione non è limitativa esclusivamente a ciò che è ricreativo, al contrario si usa questa tecnica in ambiti di processi aziendali o contesti molto lontani dal divertimento.

La gamification può essere un interessante strumento di promozione delle città o di specifiche proposte turistiche per rendere la visita più attiva e partecipata, in una concezione di miglioramento dell’apprendimento e di un aumento della soddisfazione, grazie alla creazione di un’esperienza unica e originale.

Recentemente, con l’avvento della digitalizzazione, anche la promozione turistica si è evoluta avvalendosi della tecnologia per creare un’esperienza attiva, nella quale il turista è ancora più coinvolto e autonomo durante la visita, rispetto all’utilizzo delle soluzioni tradizionali. Una modalità nuova di promozione può unire momenti ludici e di divertimento alla scoperta delle città, rendendo la visita una grande caccia al tesoro.

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Tra le varie possibilità la caccia al tesoro è un gioco che si presta molto ad essere applicato al mondo del turismo, perché la visita ad una città non è altro che la ricerca di particolarità di storia, arte e cultura, tutte da scoprire.

La valorizzazione e la conoscenza dei territori viene presentata in una veste innovativa e tecnologica, all’interno di quelle che vengono definite Phygital City (la contrazione delle due parole inglesi physical e digital), un’evoluzione di Smart city, dove l’esperienza fisica si unisce a quella virtuale grazie ad un’applicazione.

Con un po’ di ambizione mi piacerebbe trasformare in una Phygital City anche Treviso, che tanto ha da offrire e che un po’ si vergogna di farlo!

Un po’ come ha fatto Mantova con la sua applicazione “Caccia ai Tesori”, dove il gioco si univa e supportava la conoscenza della città, dagli spazi più noti agli angoli più nascosti. Nel contesto di Mantova Capitale della Cultura 2016, è stata lanciata quest’applicazione che dava la possibilità di scoprire i tesori, semplicemente avvicinando e inquadrando con la fotocamera del proprio smartphone gli oggetti da ricercare.

Fonte: www.cacciaaitesori.it
Fonte: www.cacciaaitesori.it

In un viaggio è necessaria una selezione dei punti di interesse e questa decisione è presa in modo arbitrario da chi propone la visita.
La guida, che sia essa una persona, un libro cartaceo o un’applicazione, influenza le modalità di spostamento e le modalità di sguardo: il commento indirizza la dimensione emozionale, crea sensazioni emotive che il turista “deve” provare di fronte a panorami naturali o scenari monumentali.

Quello che può variare è, quindi, la modalità di influenza dello sguardo: le spiegazioni all’interno di un libro sono le emozioni provate dall’autore, scritte per incuriosire il lettore e indirettamente contribuiscono alla reazione che il visitatore-lettore ha di fronte a ciò che va a visitare; così come l’esposizione di una guida turistica, essa facilita l’esperienza ma è anche l’interpretazione di emozioni che la persona prova a trasmettere ai suoi ascoltatori.

Con un’applicazione, strumento più impersonale di un essere umano e più riduttivo di un libro, si indirizza lo sguardo del visitatore verso il punto di interesse, ma la dimensione della visita è più esperienziale: avendo modo di “fare” oltre che di vedere e leggere, l’emozione provata è autentica e unica in ogni persona, in questo modo l’esperienza rimane più impressa nella memoria.

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