Il corpo futuro: Proto3dype collection di Eugenia Lejos

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C’è un film del 1977, scritto e diretto da Charles e Ray Eames (praticamente gli Al Bano e Romina del design americano del Novecento); si chiama Powers of Ten e in nove minuti esatti conduce lo spettatore in un viaggio affascinante, che inizia da un picnic sulle rive di un lago a Chicago e si conclude all’interno del protone di un atomo di carbonio incastonato in una molecola di DNA, a sua volta racchiusa in un globulo bianco. Ogni dieci secondi l’occhio della telecamera percorre una distanza che aumenta o diminuisce secondo le potenze del numero dieci, prima all’esterno, verso i limiti estremi dell’universo e poi a ritroso all’interno dei microcosmi della materia, nelle cellule della mano dell’ignaro villeggiante che schiaccia pacifico un pisolino, disteso al sole sulla sua coperta a scacchi (e visto che ormai vi ho pure svelato il finale, non vi resta che guardarlo, qui).

La collezione Proto3dype di Eugenia Lejos, giovanissima – classe 1987- designer spagnola, mi ha immediatamente fatto tornare alla mente questo film: accostando audacemente abiti interamente ricoperti di stampe digitali ad alta risoluzione, gioielli in poliammide creati per mezzo di stampanti 3d e minacciosi body pieces (ma io li chiamerei, assai più volgarmente, “cosi”) in cuoio nero tagliato al laser, immagina una donna  a metà strada tra l’umano e l’alieno, circondata da strane armature che sembrano fluttuare attorno al suo corpo e alla sua testa senza neppure sfiorarne la superficie. Certo, a partire da tali premesse tecniche sarebbe stato difficile aspettarsi di trovare in una collezione del genere dei pratici e discreti abitini da indossare ogni giorno sul lavoro o per andare al supermercato a far la spesa, ma qui sembra davvero di essere al cospetto di una guerriera in attesa del prossimo conflitto intergalattico.

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Eppure, più che una proiezione nelle distanze infinite dell’universo, questa collezione va forse letta come un tentativo di indagare l’infinitamente piccolo: uno sguardo che si avventura nelle profondità insondabili della natura, alla ricerca di strutture ricorrenti come i frattali, che determinano lo sviluppo delle cose a noi più familiari come gli alberi, i fiori e, forse, anche la mente umana. Ed ecco allora che, come nel film degli Eames, il cosmo freddo e infinito e il nostro corpo, solo all’apparenza familiare, non paiono poi così distanti, accomunati come sono da quel mistero che scienza e tecnologia si affannano continuamente a tentare di svelare. Del resto il lavoro di Eugenia, nonostante la disinvoltura con cui utilizza le tecnologie tessili più avanzate, rimane profondamente legato al corpo; prova ne sono le sue illustrazioni, che costituiscono una parte importante della sua produzione: collages in cui il digitale resta sorprendentemente assente, e dove a ricoprire un ruolo centrale è proprio la figura umana, indagata, sezionata e ricomposta in livelli sovrapposti di disegno, pittura, fotografie e applicazioni di tessuti e altri materiali.

Le ibridazioni tra corpo e tecnica, che si tratti di protesi, manipolazioni genetiche, operazioni cosmetiche esagerate, non possono mai lasciarci indifferenti, e questa collezione Proto3dype non fa eccezione, sorprendendo per la sua coraggiosa sperimentazione con le tecniche ed i materiali e la contaminazione fra arte e moda che essa propone; resta da capire se la designer di Madrid proseguirà su questa strada, continuando ad allontanarsi – a velocità misurabili in potenze di dieci – verso dimensioni sempre più astratte, o se deciderà di condurre la sua ricerca sperimentale su livelli più prossimi alle forme del vestire quotidiano, creando abiti e accessori per tutte quelle guerriere cosmiche che si aggirano insospettabilmente tra di noi.

Fotografie di Cristian di Stefano per Eugenia Lejos

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