“Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Sempre meno italiani (e sempre meno giovani) decidono di dedicare anche solo una piccola parte del loro tempo libero alla lettura. I dati sono allarmanti e quando arriva la domanda “perché dovrei leggere?” i brividi si fanno incandescenti.

Perché leggere? Una risposta potrebbe essere:

Perché tutti siamo un libro

Io, quando voglio scrivere, considero due alternative: andare a casa dei miei, appena fuori Milano, in un isolotto verde e serafico dove gli unici rumori che ti distraggono sono quelli che fai da solo, o chiudermi alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, all’altezza del teatro Elfo Puccini, scendere le scale e trovarmi un posto tranquillo, possibilmente vicino al bar.

Stavolta, un po’ per caso, scelgo il silenzio della libreria al piano -1.

Caffè (lungo e al ginseng, così non mi agito), connessione Wi-Fi, carta e penna, cuffie ed eventuale playlist con Nina Simone pronta a cantare: ho tutto. Inizio a scrivere, quindi getto sul foglio tutto quello che mi passa per la testa, senza ordine logico (e neppure illogico); rileggo subito, aggiusto in fretta, rassetto e pulisco qua e là quel che ho vomitato bulimicamente.

Faccio per prendere la tazza del caffè già freddo e mi accorgo di averlo poggiato sul retro di un libro; lo giro: “Il giovane Holden”. Rido beffardo. In primis perché mi trovo davanti alla saggistica per bambini dai sei ai dieci anni, quando quel libro non ha nulla a che fare con quel settore, e poi … quel libro, è il mio libro. “The Catcher in the Rye”, il vero titolo, è intraducibile. Rappresenta il mito di una generazione, quella che già negli anni ‘50 e ‘60 “non ci stava”, e ancora oggi, ogni anno, vende 250 mila copie. J.D. Salinger è l’autore che meglio di tutti ha rappresentato il disgusto per la società borghese e convenzionale, forte di una mente talmente libera da scegliere di passare l’intera vita in riservatezza, pur di difendere quella libertà.

Qualcosa cambia. Continuo a sorridere mentre un signore molto anziano, “un nonno”, dall’aria burbera e severa, stile “Il bisbetico”, bussa alla mia spalla e mi chiede: “Lei è un giovane Holden?!”. Io imbarazzato e non so perché emozionato rispondo indeciso: “Beh, non saprei…mi piace Holden, lo amo…ma non so se sono un giovane Holden”. “Ma qual è il tuo libro preferito?! Che protagonista sei?!” – continua perentorio e inquirente. Io taccio, titubante, non so cosa rispondere. Intanto alla mente passano tutti i miei personaggi preferiti, da Holden al Piccolo Principe, da Barbino a Zeno e Dorian … mille altri si sovrappongono.

Taccio, un po’ per scelta e un po’ anche per vigliaccheria, perché dentro di me, in realtà, sento di avere una risposta più forte delle altre. Quel signore, nel frattempo, mi dà le spalle, si allontana brontolando, quasi deluso dal mio silenzio. Allora mi sento (non esagero) dispiaciuto come se avessi realmente disatteso le aspettative di qualcuno a me caro, come se quella “non risposta” l’avessi data a me stesso.

Faccio finta di niente (la cosa mi riesce sempre malissimo), riporto la tazza del caffè al bancone, lascio il libro esattamente dove l’ho trovato, nella convinzione che non si fosse trattato di un caso averlo trovato proprio là, quindi raccolgo i miei stracci e compagnia bella e faccio per andarmene. Saluto due o tre persone che ormai “mi conoscono”, indosso il cappotto, tanto di sciarpa, cappello e tutto l’armamentario da oplita invernale, ed ecco che un attimo prima di metter piede fuori dalla porta mi ferma una ragazza della libreria. “Mi scusi! Scusi!” – “Si?” – “Un signore mi ha chiesto di consegnarle questo … lei avrebbe capito, ha detto” – “Ah … ok, grazie allora”.

Apro il sacchettino, c’è un libro e pure lo scontrino: è “Il giovane Holden”.

Penso subito che a casa ne ho già due o tre copie, ma che è stato decisamente un bellissimo gesto. Punto.

A casa e nella strada per arrivarci non faccio altro che pensare a quella domanda … “Che protagonista sei?!”. Lo sento, ora posso dirlo senza esitazioni, io sono Holden prima di essere tutti gli altri, ma non avevo avuto il coraggio di dirglielo così su due piedi. Lo avevo deluso. Faccio per sfogliare le prime pagine del libro, perché impazzisco per il profumo che hanno i libri nuovi, e nella pagina introduttiva, quella che spiega l’intraducibilità del titolo originale, leggo:

A te, che mi hai ricordato del giovane Holden che sono stato.

Marco Maggio

 

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