Dall’art.18 al lavoratore usa e getta

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In una sola settimana, il governo Renzi ha chiarito con estrema limpidezza la sua posizione in materia di lavoro. La settimana è iniziata con l’incidente di Rovigo, dove quattro persone hanno perso la vita: la prima lavorando con dell’acido, non portando dispositivi di sicurezza; le altre tre, provando a soccorrere la prima. L’incidente si inserisce in un periodo piuttosto critico del dibattito pubblico sul lavoro, ovvero nella settimana della rottura drastica e, pare, definitiva tra Renzi e i sindacati.
All’incidente hanno fatto seguito i soliti messaggi di cordoglio, che suonano solitamente così: oggi è il giorno della commozione, ma domani tutti al lavoro per tutelare i lavoratori. Al dramma dell’incidente, però, si aggiunge la consapevolezza che la discussione sui diritti dei lavoratori è avviata tutt’altro che nella direzione dell’attenzione al lavoratore. In più, ogni volta che accade un incidente del genere, c’è un “domani” in cui ci impegneremo davvero. Eppure il domani c’è già un nuovo incidente e quindi si passa al “dopodomani”. E l’oggi, nel frattempo, è occupato dall’erosione preliminare dei diritti, che passa per l’art.18 e per la normalizzazione della denigrazione dei sindacati.

Eppure, la revisione di questi diritti è presentata come una necessità: senza quel ritocco, nessuno investirà in Italia. Che, tradotto, dovrebbe suonare più o meno così: quale investitore accetterà di assumere dipendenti delle cui vite non potrà disporre con piena libertà? Assunto che non è questo che gli investitori chiedono all’Italia – essendo ben più grave la situazione giuridica, macchiata da mazzette, riciclaggio e processi infiniti –, ciò che il governo propone come prima necessità è questo “adeguamento delle condizioni del lavoratore ai tempi presenti”.
La cosa si fa curiosa: come può essere che il lavoratore si deve adeguare? Quando c’è un fine da raggiungere, i mezzi si adeguano per il raggiungimento del fine. Se il fine è il mercato, allora è possibile dire che gli esseri umani devono adeguarsi. Ma se il fine è l’uomo, ciò che va adeguato è il mercato, il vero mezzo. Questo va ricordato perché possono anche passare le ere geologiche, ma l’uomo è sempre lo stesso, prova le stesse gioie e gli stessi dolori, è mosso sempre da desideri, ha bisogni, ha speranze e delusioni: l’uomo è sempre quello. Volere che l’uomo si adegui alla volontà del mercato significa chiedergli di essere più o meno uomo: forse che negli anni 50 o 60 gli uomini erano più fragili e quindi necessitavano di maggiori diritti, mentre ora gli uomini sono più resistenti e necessitano di meno tutele? No, l’uomo è sempre lo stesso e i diritti sono proprio quei paletti che ce lo ricordano: può cambiare tutto, ma i diritti ci ricordano che quei limiti non possono essere superati, perché farlo significherebbe ferire l’uomo. Chiedere al lavoratore di adeguarsi significa da un lato minare – anche solo preliminarmente, quindi in potenza, in attesa di tempi in cui si potrà fare davvero – i suoi diritti; dall’altro – e conseguentemente – chiedergli di essere più o meno dell’uomo che è: meno uomo, rinunciando alla propria umanità; più dell’uomo, pretendendo da lui di essere efficiente quanto un automa. Un automa non avrebbe risentito dei gas che hanno ucciso i quattro esseri umani a Rovigo. Questo è il modello che il mercato vuole e a cui il lavoratore deve tendere. Il terreno a un simile modello idilliaco è preparato dalla preliminare denigrazione di chi difende i lavoratori.

La settimana si chiude, infine, con il commovente incontro di Renzi e Marchionne, con i complimenti del primo nei confronti del secondo, e viceversa; con il primo che indica nel secondo il modello per l’Italia. Un modello, a ben vedere, costituito di chiacchiere, erosione dei diritti, interesse personale e esportazione del lavoro. Con le chiacchiere il governo Renzi ha una certa confidenza: aspettiamo di vedere come intenderà attuare le altri parti del modello di Marchionne.

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