AMORE, CROSTACEI E UTOPIA: THE LOBSTER

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Primi giorni di autunno infreddoliti, primi cappotti pesanti che fuoriescono dagli armadi polverosi, e prime serate propriamente adatte al godimento del cinema.

Un mix perfetto per approfittare della proiezione di un film che vi segnalo:

The Lobster

Vi anticipo che il prodotto è confezionato benissimo e che gli attori, la trama e la regia contribuiscono a renderla una visione che vale i soldi che spenderete, senza ombra di dubbio.
I film che mi lasciano ancor più soddisfatto, però, sono quelli che ti accompagnano fin fuori dalla sala e ti spingono ad argomentare con te stesso, o al naturale dialogo con gli altri spettatori.
The Lobster è una vera gallina dalle uova d’oro, in questo senso.

Il film parla d’amore, ma lo fa in maniera decisamente non convenzionale e per questo meritevole di attenzione.
Nel mondo trasposto dalla visione del regista Yorgos Lanthimos, la vita nella comunità è concessa in via esclusiva alle coppie unite dal vincolo del matrimonio.
E’ necessario essere sposati, vivere sotto lo stesso tetto ed esibire il proprio certificato di matrimonio alle forze dell’ordine, alla caccia di possibili single infiltrati.
Le persone che si ritrovino, per propria colpa o meno, ad abbracciare improvvisamente una condizione di vita solitaria vengono immediatamente prelevate, sedute su dei comodi pulmann ed inviate in lussuosi hotel collocati in mezzo alla natura, dove avranno 45 giorni di tempo per trovare un partner, pena la trasformazione irreversibile in un animale a loro scelta.

Ebbene si: o il partner, o una vita da cavallo, da cane o peggio ancora, da crostaceo rintanato nei fondali marini.
A queste regole sfuggono i ribelli fuggiti dai resort, che bivaccano spostandosi incessantemente nei boschi.
Non esistono mezze misure: da un lato, per quale sia la tua età, o il tuo destino, o la tua storia, sei condannato a vivere con un’altra persona, per non perdere la tua umanità.
Dall’altro lato, ti è consentito vivere da rinnegato sociale, mantenendo la tua individualità, ma senza possibilità di poter raccogliere alcuna traccia d’amore, a pena di mutilazioni e punizioni corporali che farebbero impallidire Hammurabi.
Non ci sono vie di mezzo.
L’individuo è vittima indifesa dei dettami totalitari imposti dalla società e del suo diretto negativo.
Deve scendere a compromessi a tutti costi in un caso, alla ricerca di una chimica sufficiente a tenere in piedi una relazione, pur di salvarsi la vita, mentre nell’altro è destinato ad affrontare una esistenza solitaria, forzatamente individualista e a nascondere i sentimenti tra l’erba ed il fango.

Che cosa conta di più per noi?

E’ meglio riempire quel piccolo o grande vuoto che coviamo dentro, a costo di scendere a compromessi nocivi, per inseguire lo spettro dell’ideale di stabilità sentimentale che si sta gradualmente sgretolando?
O forse preferiamo un destino che ci veda porre una attenzione smodata alla nostra persona, elevata rispetto alle altre, e che ci impedisca di esplorare i nostri sentimenti, schiacciati da un egoismo legittimato da quella stessa disgregazione valoriale?
E’ più importante l’equilibrio degli affetti, o quello interiore di ciascuno?
E le due condizioni di stabilità, personale ed affettiva, possono convivere tra loro?

Queste sono alcune domande che emergono in un film dove la tecnologia scompare, le atmosfere sono eleganti e decadenti e l’uomo viene messo costantemente davanti al ticchettio inesorabile del tempo, impegnato in una corsa trafelata verso una meta tanto indispensabile per la propria sopravvivenza, quanto inafferrabile.
Lobster si comporta da gioiellino, instillando queste e tante altre domande, imponendoci di osservare l’amore da una angolazione alternativa rispetto all’ordinaria, e riportandoci su uno dei dubbi più antichi dell’uomo: essere o avere?
Essere (apparentemente) felici, o avere quello che desideriamo (coscientemente o meno) spasmodicamente?
Comprate il biglietto e filate al cinema, non ve ne pentirete.

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