Vena chiusa

X-Factor 11: Lorenzo Licitra l’usato sicuro

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Lorenzo Licitra vince X-Factor 11. Ancora una volta il talent show va alla solita voce dimostrando come il pubblico italiano non sia pronto per una musica diversa. E chissà se mai lo sarà.

Si poteva andare a nanna tranquilli giovedì sera e sapere già chi avrebbe vinto X-Factor 11: ero indeciso tra Lorenzo Licitra ed Enrico Nigiotti, e alla fine l’ha spuntata la voce di Lorenzo. Il pubblico ha deciso di andare sul sicuro, oltre che sul siculo.

Avevo letto in giro che i Maneskin erano dati per favoriti, ma più che un pronostico mi è suonata più come un gufata di quelle pesanti per i giovani artisti romani. A mio modestissimo modo di vedere – ma soprattutto di ascoltare – per loro è stato un successo essere arrivati così avanti. Evidentemente doveva esserci qualcuno a bilanciare una squadra di voci classiche che oltre ai primi due schierava Rita Bellanza e Samuel Storm. Quattro i Maneskin e quattro gli altri, ma con un asse nettamente più sbilanciato verso le quattro voci singole che hanno rischiato di ammorbare il programma, salvato ogni anno dai battibecchi dei giudici capaci di spostare l’attenzione dal palco al loro tavolo.

Lorenzo Licitra: da X-Factor niente di nuovo

Alla fine quindi niente di nuovo sotto il cielo, o meglio: sotto i riflettori del Forum di Assago. Sarebbe stato stupefacente se a vincere fossero stati i Maneskin, altroché. Dei giovanetti sfrontati e sicuri di sé bravissimi a stare sul palco con una naturalezza che altri alla loro età si sognano e capaci di essere a proprio agio con generi e stili diversi ma che trovano il loro ambiente preferito in quella musica graffiante e rivoltosa, atteggiamento ancora tipico nella fase tardo-adolescenziale: o si è così, e per fortuna ce ne sono ancora, o sei standardizzato.
Ovvero com’è il pubblico di X-Factor, incapace di stancarsi – e di staccarsi – da un certo tipo di voce (sul serio, pensavate di parlare di musica? E nel caso di Licitra & Co. dove sarebbe?) che ormai non dice e canta niente di nuovo, da un bel volto rassicurante per le case discografiche e la tv che puntano ai giovanissimi, alle mamme, alle zie.

Mengoni, Fragola, Michielin: talenti snaturati

Ci siamo persi per strada artisti vocalmente dotati e ispirati come Marco Mengoni e Francesca Michielin. Il primo ha avuto la fortuna di incontrare uno come Morgan capace di esaltare nel tempo a disposizione del talent le sue caratteristiche fino a fargli interpretare una splendida versione di Psycho Killer. La seconda si era presentata a X-Factor come la nuova sacerdotessa del rock ma entrambi alla fine sono finiti per snaturarsi cantando le canzonette che piacciono ai giovani (ancora?) privi di identità e preferenze precise ma che garantiscono un successo sicuro. Anche Lorenzo Fragola è passato da un emozionante inedito tutto suo al cinepanettone musicale.
Tanto vale allora fare un talent dedicato solo alle voci da San Remo, visto che questo è un Paese capace di stare incollato a un tale spettacolo mondano-musicale.

Nessuno come Nevruz

Era la fine dell’estate del  2010. Una sera rimasi folgorato da un ragazzo dallo stile steam punk insolitamente colorato. Pensavo fosse il solito personaggio virale per qualche settimana per poi tornare da dov’è venuto. E invece, Nevruz, quella sera da Modena mi è finito nel cuore! La sua interpretazione di Smell Like Teen Spirits dei Nirvana è stata splendida, fatta così su due piedi (anzi uno e un quarto visto che, se non ricordo male, si è presentato in stampelle) e poi mi ha sorpreso passando dal grunge a Se telefonando, Pugni chiusi, Ragazzi di oggi noi: tutte performance strepitose.
Lui però è rimasto fedele al suo genere e lo danno per disperso, purtroppo (che poi non sarà vero, ma in confronto con gli altri due non si può che definire così).
Un gran peccato perché Nevruz era – è, c.zzo – quello che serve per risvegliare la musica italiana, fatta dalle solite voci. È un personaggio, è capace di interpretare generi molto diversi da loro senza imbarazzo, dal rock alla musica leggera interpretata a modo suo. E invece, niente. Portiamo avanti Licitra, Mengoni, Michielin, Chiara e compagnia bella (si fa per dire).

Questa estate senza tante aspettative mi imbatto nel rock duro e puro, tanto puro, dei Fast Animals and Slow Kids: un gruppo italiano, al contrario di quanto possa far pensare il nome, che riesce a far muovere un bel po’ di gente sbattendosi e girovagando per lo Stivale. Ho pensato che non è un caso se non sono passati per un talent. Sono emozionanti, travolgenti, autentici. Suonano bene, sono potenti e arrabbiati. Sono quello che stavo cercando da tanto tempo.
Vorrei più FASK, Nevruz, Maneskin, Afterhours, Marlene Kuntz! Questa è musica per le orecchie (almeno le mie!), ma anche quello che ha bisogno la musica italiana. Io garantisco ai Maneskin che li seguirò, così Damiano non sarà costretto a ripeterlo ogni volta a caso in mezzo alle canzoni.

 

PS: articolo scritto sotto l’influenza di William Patrick Corgan al piano e basta, niente altro, solo lui e le sue canzoni, quelle nuove più qualche fantasma dal passato. Perché quello, dannazione, ritorna, sempre.

 

Ph. Credit: Facebook/X-Factor Italia

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