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Una vita in vacanza è davvero l’unica alternativa che abbiamo?

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Questo il testo della canzone ‘Una Vita in Vacanza’ seconda classificata a Sanremo 2018 del gruppo Lo Stato Sociale. Un mix tra canzone d’autore, elettronica e vecchia musica da ballate in garage. Un manifesto in superficie abbastanza mediocre, ma che necessita di una piccola esplosione per far emergere il suo significato. Ho provato a rispondere a mio modo ad alcuni dei Perché proposti, cercando di indagare il mio punto di vista sul tema Lavoro. Prima di iniziare rileggiamo il testo.

E fai il cameriere, l’assicuratore
Il campione del mondo, la baby pensione
Fai il ricco di famiglia, l’eroe nazionale
Il poliziotto di quartiere, il rottamatore
Perché lo fai?

E fai il candidato poi fai l’esodato
Qualche volta fai il ladro o fai il derubato
E fai opposizione e fai il duro e puro
E fai il figlio d’arte, la blogger di moda
Perché lo fai?
Perché non te ne vai?

Una vita in vacanza
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza
Ma tutta la banda che suona e che canta
Per un mondo diverso
Libertà e tempo perso
E nessuno che rompe i coglioni
Nessuno che dice se sbagli sei fuori, sei fuori, sei fuori

E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?

E fai l’analista di calciomercato
Il bioagricoltore, il toyboy, il santone
Il motivatore, il demotivato
La risorsa umana, il disoccupato
Perché lo fai?
Perché non te vai?

Una vita in vacanza
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza
Ma tutta la banda che suona e che canta
Per un mondo diverso
Libertà e tempo perso
E nessuno che rompe i coglioni
Nessuno che dice se sbagli sei fuori, sei fuori, sei fuori

Vivere per lavorare
O lavorare per vivere
Fare soldi per non pensare
Parlare sempre e non ascoltare
Ridere per fare male
Fare pace per bombardare
Partire per poi ritornare

Una vita in vacanza
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza
Ma tutta la banda che suona e che canta
Per un mondo diverso
Libertà e tempo perso
E nessuno che rompe i coglioni
Nessuno che dice se sbagli sei fuori, sei fuori, sei fuori

Premessa: oggi viviamo la quiete ‘dopo’ la tempesta.

 

Credo fermamente che stiamo vivendo un momento di questo tipo (chiamarlo periodo lo trovo eccessivo). Tra qualche mese scavalcherò l’oasi felice dei vent’anni per sperimentare cosa significa cercare di rimanere in forma a 30. Questo mi sta portando a rallentare il mio bioritmo, fisico ma soprattutto mentale. L’efficacia di questo processo la sto notando innanzitutto nel modo più costruttivo di non limitarmi ad indagare tra le cose – la filosofia ha rovinato meravigliosamente anni e anni della mia esistenza – ma di articolare un’azione in grado di prendere una posizione e portarla avanti. Cerco di mettere in pratica questo nuovo orientamento in ogni cosa che faccio ed è per questo motivo che ho deciso di non fermarmi ad ascoltare questa canzone, ma di renderla un qualche cosa che aiuti prima di tutto me a capire quello che vivo/percepisco/nutro con passione ogni giorno.

Parto, dunque, riassumendo quello che io intendo per ‘quiete’ in 5 punti:

  1. I personaggi politici, le propagande classiche, i TG privati, ma -dai- anche i numeri (+ 0,000009% in più) ci hanno accompagnato verso una ferma convinzione che la fine della crisi economica è ormai un tema passato.
  2. I (non più troppo) giovani di oggi, hanno l’occasione di rientrare nei libri di storia etichettati come Millennials o Generazione Y, di presidiare il Presentismo, di sentirsi culturalmente multitasking e ricercatori di curiosità, di muoversi tra canali iperconnessi e contemporaneamente di aprirsi al turismo a km 0.
  3. La scuola è abbastanza taciturna, normale, basilare, necessità ancora di molti aggiustamenti e di cambiare in parte radicalmente ma con molto coraggio.
  4. È in qualche modo scomparso il concetto di risparmio: di tempo, di denaro, di energia, ma al contempo è indispensabile ritrovare se stessi, il proprio tempo, il proprio denaro, la propria energia con abbondante cura e dedizione.
  5. Le professioni oggi sono in parte ibride, in fase di definizione, difficili da etichettare per la loro complessità di competenze, ma soprattutto di soft skills indispensabili per ‘essere un qualcosa’ prima che per ‘fare qualcosa’.

 

Una ‘quiete’ che necessita spietatamente di ritrovarsi, di concretizzarsi in fondo, di valorizzarsi nella sostanza, di riporre basi solide che diventeranno la nuova ‘tradizione’ nel futuro.

Precariato, organizzazione e gestioni, sistemi di valorizzazione e formazione continua, il lavoro è una delle parti più importanti della società. Oggi credo che valore del soggetto, competenze, efficienza, tempo e spazio, debbano essere ripensati all’unanimità per vivere il mondo del lavoro con un orientamento più empatico, motivazionale, positivo.

Per arrivare a riuscire a vivere questo nelle aziende di oggi,

dunque, da dove dobbiamo partire?

Io credo dalla scuola. I manager di oggi non hanno vissuto una scuola aperta all’innovazione. Io sono in parte una manager e mi rendo conto di aver dovuto approfondire in autonomia alcune competenze che ritengo indispensabili per vivere bene il mio mondo del lavoro. Tra queste penso alle capacità più trasversali di tipo emotivo, relazionale e del loro impatto nelle performance quotidiane di un team; alla valutazione dei propri punti di forza e dei propri limiti; all’interpretazione dei feedback; all’adattamento sereno al cambiamento; alla realizzazione di un progetto di sviluppo individuale e il monitoraggio delle proprie abilità; la gestione delle risorse, del loro comportamento e del loro valore individuale all’interno di un gruppo di lavoro. La scuola domani dovrà necessariamente pensare a questo. Dovrà formare manager empatici, vicini alle persone e non solo ai numeri; dovrà allontanarsi dall’essere un ambiente dal quale porti a casa concetti e nozioni, ma dovrà rappresentare un percorso in grado di formare la persona alla sua complessità, consolidare un patrimonio valoriale individuale e collettivo, sviluppare un pensiero critico e, infine, far emergere la propria identità in modo libero, chiaro, sereno.

Per i genitori di oggi che non hanno il tempo di attendere i secoli dei rinnovi dei sistemi istituzionali, ci sono comunque molti modi per i propri figli per sopperire a questa momentanea mancanza:

  • La musica, lo studio di uno strumento, la conoscenza approfondita del passato musicale che fa bene al cuore, alle orecchie e alla cultura personale;
  • Lo sport, il gioco di squadra come la sfida individuale che fa bene per capire cosa significa costruire insieme per raggiungere un obbiettivo e tante altre cose belle;
  • La lettura, il mondo del libro, della carta che fa bene al linguaggio, alla cultura personale, all’adattarsi a diverse situazioni, alla fantasia e alla grammatica dell’immaginazione;
  • L’aria aperta, che fa bene ai polmoni, alla comprensione del rispetto di noi stessi e degl’altri e alla scoperta concreta, nuda e cruda, reale del mondo che vive con noi e per noi.

Tutti elementi basilari che possono aiutare non solo i manager di domani ma anche quelli di oggi. Io credo che per far sì che i lavoratori di oggi riescano a “non vivere per lavorare ma lavorare per vivere”, le aziende devono essere in grado di creare ecosistemi sani non solo dal punto di vista ambientale.

Detto ciò
Perché lo facciamo? Perché non te ne vai?

 

Mi viene da dire perché non ci proviamo ad essere quello che vogliamo diventare? Sogniamo da piccoli di costruirci il nostro lavoro perfetto. Perché non lo facciamo? Forse perché ci vuole coraggio, tanta passione, dedizione, impegno, paura e sbagli. Ci vuole molto tempo, pazienza, rispetto, costanza. Ci vuole molta sostanza, molti dubbi, molte risposte difficili. Ci vuole responsabilità per costruire tutti i giorni quello che vogliamo essere. Io credo che ci vuole tantissimo e non ci vuole nulla di più che essere quello che siamo sempre stati, che diventeremo e che non avremmo paura di mostrare.

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