21 tocchi

Viaggio nella semantica di Julio Cruz

affabilità s. f. [dal lat. affabilĭtas -atis]. – Il carattere e il comportamento di chi è affabile; la tendenza e l’abitudine di accogliere e trattare le persone con una cordialità semplice e aperta: uomo di grande a.; rivolgere con a. la parola; ascoltare con a.; a. di modi, di aspetto.

“Affabilità” – così come il conseguente aggettivo affabile – mi è sempre stato sul cazzo come termine. Non ho mai avuto problemi nella lettura (basta vedere la mia libreria su Anobii), ma me lo ricordo come fosse ieri la prima volta che mi trovai di fronte a questo vocabolo.

Ero in prima media, lezione di italiano della terribile prof.ssa Pinton che ci teneva tutti per le palle a colpi di “Scrivi 100 volte…”, seguito dalla cazzata combinata di turno. In uno slancio di sorprendente bontà, decise di farci trascorrere l’ultima mezz’ora di lezione a leggere un libro, uno di quei libri che non si possono leggere se si è già in possesso del patentino, e che mi piacque così tanto che ora non mi ricordo manco il titolo.

Ma nonostante i vuoti di memoria, ci sono due parole che ho imparato grazie a quel libro, due parole che hanno ugualmente minato la mia sicumera nelle capacità di lettura: una l’avete già capita, l’altra è sussiego (ma questa è un’altra storia).

Ricordi fanciulleschi a parte, “affabile” l’ho subito odiata. Morfologicamente, è troppo simile ad “affidabile”. Come significato, un sinonimo – tendente all’equivalenza – di “cordiale”. Ok che sinonimo non indica analogia, ma perché inserire così frequentemente quell’aggettivo nella descrizione dei personaggi che si incontravano lungo la trama?

Il perché l’ho scoperto oggi, circa 17 anni dopo quei momenti, quando – scorrendo la timeline di Twitter in una febbricitante mattina di metà ottobre – mi sono imbattuto in una foto. La foto di un calciatore, Julio Ricardo Cruz per la precisione, e penso che non esistano attributi migliori di affabile per descrivere il calciatore, il professionista, la persona che è.

Se ci fermassimo a leggere i freddi numeri, tendenza che nella narrativa sportiva è prerogativa di sport più analitici come basket e pallavolo e che sta – purtroppo – iniziando a contaminare il terreno ben più libero e fantasioso del calcio, Julio Cruz sembrerebbe un calciatore come tanti altri, un attaccante con un’onesta vena realizzativa e un palmarès di tutto rispetto; tuttavia non verrebbe resa adeguata giustizia al professionista e all’uomo.

Non verrebbe erogato il giusto tributo al suo spirito di sacrificio e alla sua filosofia del lavoro, così come alle sue straordinarie doti umane. È stato – appunto – un giocatore affabile, per il quale non risulta stucchevole l’uso di luoghi comuni come i o “sempre al servizio del mister/della squadra/dei compagni”. Dopo una gavetta tutt’altro che indimenticabile nel campionato locale, a 23 anni sbarca in Europa, un’Europa di Serie B secondo i classisti calciofili: ci metterà tuttavia poco a diventare un idolo della sponda Feyenoord di Rotterdam, crocevia cruciale della sua carriera. A 26 anni è quasi pronto al grande salto, e atterra finalmente nella destinazione naturale di (quasi) ogni calciatore proveniente dai dintorni del Tropico del Capricorno. Prima il riscaldamento a Bologna, poi l’affermazione totale all’Inter, e infine il buen retiro a Roma, sulla riva biancoceleste del Tevere.

20 anni di carriera che, se rappresentati graficamente, somiglierebbero molto ad una linea leggermente curva e tendente alla crescita, con un tasso costante ai limiti dell’inesorabilità, un po’ come lui quando si avvicinava all’area. 20 anni di carriera quasi silenziosi, non perché questo numero 9 fosse timido o perché reprimesse i suoi sentimenti: semplicemente, la sua intelligenza di livello superiore era connaturata in modo da impedirgli di sprecare energie psico-fisiche in tutti quegli inutili elementi che fanno da contorno al mondo del calcio. Lui era un calciatore, e quand’era in campo (o nei pressi del) era chiamato a fare quello, e lo faceva bene, silenziosamente bene, inesorabilmente bene, dannatamente bene.

Volendo inserire anche un riferimento biblico in questo pezzo illogico, Julio Cruz è il fratello (un po’ meno stronzo) del figliol prodigo, quello che – come diremmo in una versione post-moderna della storia – si fa il culo ogni giorno, tutti i giorni, testa bassa e lavorare, con abnegazione e dedizione, per un superiore senso di dovere morale più che per l’effimera gloria. Come faceva lui, non ancora maggiorenne, dopo gli allenamenti: per dare una mano a chi si occupava della manutenzione dei campi, prendeva il trattorino e li aiutava a curare il manto erboso, diventando El Jardinero, per sempre e per tutti.

E come fece per tutto il resto della sua carriera, scalando passo dopo passo i gradini dell’alta società calcistica, a colpi di gol (tanti) e assist (di più), entrando a fine carriera nella nutrita schiera di quei giocatori che “chissà cos’avrebbe potuto vincere se solo fosse stato un po’ più stronzo”. Ma pensate che a lui gliene freghi qualcosa?

Julio Ricardo proviene da Santiago del Estero, una cittadina nel profondo nord dell’Argentina che, a giudicare da quel che si trova su Google Immagini, sembra essere uscita direttamente dal più classico dei western. Ed è così che me lo immagino Julio Cruz oggi, a 43 anni, dopo essere uscito dal mondo del calcio con la stessa educazione con cui vi era entrato: seduto fuori dal suo ranch, con una sigaretta in bocca (anche se è talmente integerrimo che dubito fumi), a fissare le sue terre, col volto baciato da quella luce del tramonto che, secondo me, in quella zona del mondo è ben diversa.

E mentre mi accingo a terminare questo sconnesso elogio a uno degli attaccanti più silenziosi che gli almanacchi ricordino, ecco che mi sovviene un altro aggettivo che sembra costruito su misura per lui (e per la sua mascella):

volitivo agg. [dal lat. mediev. volitivus, der. dal tema vol- delle forme volo, volui di velle «volere2»]. – 1. Che è dotato di grande forza di volontà: un uomo v., e, come sost., persona che ha una volontà decisa: è un v., una volitiva. Anche di gesti e atteggiamenti che manifestano tale volontà: sguardo v., espressione volitiva.

Osservate la sua mascella, osservatela bene: quell’ombra dettata dall’incavo, che richiama in tutto e per tutto le sue origini di indio, quella piega squadrata ma allo stesso tempo morbida che la attraversa. Quale altro aggettivo si potrebbe utilizzare per descriverla? Avrebbe potuto giocare, vivere in maniera diversa, quando la sua forza di volontà è incisa nel suo volto?

Grazie di tutto, Julio Ricardo Cruz. Anche la musicalità del tuo nome rasenta la perfezione.

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