Per un pugno di fotogrammi

Viaggio al termine della notte

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Sarebbe stato un vero peccato se uno dei migliori film del 2013 fosse rimasto sepolto sotto i fumosi ingranaggi della distribuzione italiana, non riuscendo ad arrivare nelle nostre sale. Per fortuna ci ha pensato Good Films a regalarci «Locke» una storia che in realtà è una vera rivelazione.

Locke_Tom_Hardy_poster_italiano
Il più delle volte le cose semplici, sono quelle che piacciono di più. Non è necessario esagerare con storie contorte, effetti speciali mirabolanti e cast stellari. Le sorprese più belle arrivano attraverso una storia ordinaria, un unico ma eccezionale attore ed un viaggio in macchina che vorremo non finisse più. «Locke» di Steven Knight (al cinema da oggi, 30 Aprile) è tutte queste cose messe insieme, è una cavalcata solitaria in cui si tirano i bilanci di un’intera esistenza, affrontando le proprie paure e le proprie debolezze.

Un film intero costruito su un solo attore: il massiccio ed impeccabile Tom Hardy, che regala qui una delle migliori prove della sua carriera. Lui è la storia, lui è il fuoco che rende grande questa pellicola. Riassumervi la trama diventa quasi un’operazione superflua, ma necessaria per farvi capire ancora di più l’incredibile effetto che il film ha suscitato negli spettatori. Ivan Locke è un costruttore di edifici, ma nella notte in cui la storia prende vita, si consuma la demolizione della sua vita. All’alba avrebbe dovuto presiedere alla più ingente colata di cemento di cui si sia mai dovuto occupare. Gli americani e i suoi capi hanno incaricato lui, perché per nove anni è stato un lavoratore impeccabile, il migliore: solido come il cemento, appunto. Ma la telefonata di una donna di nome Bethan riscrive l’esistenza di Locke. Prima di quella telefonata, e del viaggio che ha deciso di intraprendere di conseguenza verso Londra, aveva un lavoro, una moglie, una casa. Ora, nulla sarà più come prima. «Locke» spiazza lo spettatore, lo proietta con il suo protagonista nel confortevole ma claustrofobico ambiente di un’automobile super accessoriata e gli fa assistere alla distruzione totale di un uomo.

Un uomo che nelle sembianze di Hardy, ragiona, pulsa, telefona, si incazza, esplode e grida tutta la sua rabbia nel vedere la vita andare a rotoli, ma d’altro canto non è mai stato così lucido come questa sera in cui si compie il suo viaggio con il destino. Ivan Locke è una macchina, che agisce dentro un’altra macchina (in questo caso un’automobile). E’ solido calcestruzzo, che prova a resistere agli attacchi continuati di innumerevoli cariche di dinamite. E’ un personaggio che vive nel nome della coerenza e dei propri ideali e tutto questo lo rende uno degli ultimi eroi postmoderni. Girato interamente nel deserto, ma per gli esterni si sarebbe potuto usare una qualsiasi autostrada a caso, il film è uno splendido esercizio di scrittura cinematografica in cui il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono alla perfezione. La regia è claustrofobica ed attenta a non perdere nemmeno un’espressione del volto del suo protagonista. «Locke» diventa così una sorta di lungo monologo teatrale, di chiara matrice letteraria, ma allo stesso tempo è un film che vi farà uscire totalmente appagati dalla sala. Una storia che distrugge, e che cerca risposte di ricostruzione alla fine di una notte difficile da dimenticare, in cui i colori tenui di un’alba rosata si mescolano alle luci dei lampioni stradali, quasi a voler indicare un nuovo inizio. Una nuova speranza.

Alvise Wollner 

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