Gli occhi degli altri

“Vengo a Londra anch’io!” – “No, tu no!”

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“Mamma, mi trasferisco e vado a lavorare a Londra!”.

Cos’è? Semplice, è la frase più pronunciata dai giovani italiani dopo “Mi hai infeltrito il maglione” “Mi servono soldi” e “Cosa c’è per cena?”

Ma, mentre i maglioni infeltriti e la cena sono questioni di politica interna che al massimo finiscono con una ciabatta in testa, il trasferimento a Londra potrebbe essere più problematico.

Durante un discorso presso il quartier generale della Jcb nel Nord dell’Inghilterra, il Primo Ministro britannico David Cameron ha annunciato un piano per regolamentare la presenza di immigrati nel paese. Il progetto prevede, tra le altre cose, di espellere chiunque si ritrovi ancora disoccupato dopo 6 mesi di permanenza nel Regno Unito.

Un piano che fa discutere e che riguarda l’Europa e l’Italia molto da vicino: seicentomila italiani risiedono nel Regno Unito. Quarantaquattromila sono arrivati solo nel 2014.

Eppure, per quanto Cameron sia preoccupato a mille, io non riesco a non commentare con un piattissimo “E quindi?”. Si sa che ci sono i fannulloni, si sa che ci sono i geni e si sa che ci sono quelli a cui basta un lavoro dignitoso. Si sa. Ora, che i fannulloni, i gran lavoratori e i geni vivano nel loro paese o in un altro, questo non cambia il numero totale di persone nel mondo. Però cambia le carte in tavola sotto il profilo economico. E culturale. E sociale. E politico. E Cameron non ci dorme la notte e pensa cose che nemmeno i protezionisti del dopoguerra.

Il problema è che nel momento in cui si dovesse pianificare una limitazione al numero di immigrati nel Regno Unito, lo stato andrebbe ufficialmente in nomination per uscire dall’Unione Europea, e per quanto il partito di maggioranza britannico la voglia far sembrare un’opzione verosimile, non è proprio semplice quanto un “Maria io me ne vado!” di Uomini e Donne.

Il fatto è questo: il pensiero meravigliosamente utopico di vivere in armonia ed amicizia ed accettare tutto e tutti all’interno dei propri confini cantando Kumbaya e tornando a barattare mucche per fagioli, è impensabile. Lo sappiamo e anche non lo sapessimo basta dare un’occhiata alla prima pagina di qualunque giornale. Ma è altrettanto vero che il Regno Unito ha problemi ben più seri rispetto a progettare un muro di recinzione, e soprattutto questa cosa che “gli stranieri ci rubano il lavoro e si mangiano i nostri sussidi di disoccupazione” non è esattamente il modo più efficace di porre la questione.

Ottimizzare il processo di integrazione dei nuovi arrivati nel paese non vuol dire mandarli via a calci e non vuol dire nemmeno mettere David Guetta a palla e dare una festa a base di tequila boom boom per ogni arrivo. Vuol dire assicurare opportunità eque, vuol dire meritocrazia, che suona un po’ tipo un ritorno a Kumbaya e utopia, ma non dovrebbe.

Ripensiamo per un istante a questi poveri cristi che hanno la sola colpa di pensare che Londra sia El Dorado. Voglio dire, alcuni non hanno la minima idea di cosa stia succedendo mentre firmano un contratto quinquennale per una topaia in zona ventisette e si ritrovano a lavorare 70 ore a settimana per poter sopravvivere, altri cercano una via per migliorare l’inglese (buona fortuna), altri ancora sono professionisti di successo che vogliono solo mettere Londra nel curriculum perché fa figo. Milioni di motivazioni. Quattro milioni, per essere precisi, come il numero totale di persone immigrate nel Regno Unito negli ultimi sette anni. Alcune di queste persone si sono affermate e hanno trovato la loro strada, altre sono tornate indietro o sono andate da qualche altra parte, altre ancora si accontentano di un tenore di vita mediocre e lavorano sodo per mantenersi; il movimento continua, la giostra non si ferma, e anche se non si tratta più di “cervelli in fuga”, ambiti in ogni dove, che nessuno si sognerebbe mai di mandare via si tratta comunque di persone che, in quanto cittadini europei, dovrebbero avere diritto a spostarsi liberamente.

Nessuno può negare che la situazione sia complessa e che vada valutata con scrupolo. Non essendo io la next best economista o esperta di politica, non posso né voglio proporre soluzioni, ma credo che conoscere il problema sia altrettanto importante. Vi lascio con un interessante articolo di Internazionale, dal quale ho tratto i dati numerici e anche tanti spunti di riflessione e sono sicura che leggendolo anche voi ne troverete altrettanti, magari diversissimi.

http://www.internazionale.it/opinione/marco-mancassola/2015/01/24/i-ragazzi-italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu-2

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