Sciarada

Una vita in uno squillo

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David Grossman in “Qualcuno con cui correre” si interrogava sul perchè “la vita non è come nei film? Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo?…>.

David te lo dico io: è tutta colpa degli squillini.

Noi nati a cavallo tra anni ’80 e ’90, attuale generazione 2.0 che non ci muoviamo senza un i-pod, un i-pad  o un i-phone, se non tutti e tre, che per quella mela venderemo il nostro regno siamo tutti figli di una stessa epocale rivoluzione: il telefonino.
Estenuanti lotte con i nostri genitori per poterlo possedere, pianti e porte sbattute in faccia all’urlo di “ti odio” per riuscire ad averla vinta, ritrovandosi poi con una tristissima rubrica telefonica, sempre senza soldi ma nonostante questo assolutamente certi di non poterne vivere senza. E perchè? Per fare gli squillini.
Ammettiamolo, passavamo le giornate non tanto a chiederci se scrivere o no al ragazzino/a che ci piaceva, se m’ama o non mama, bensì se fargli o meno uno squillo, ovvero: prendere il numero, digitarlo e al primo segnale di linea riattaccare. Ma tutto questo perchè? Facile anche questo: mandavamo un segnale, più o meno codificato così:

  1. mi pensa
  2. gli piaccio
  3. si è seduto/a sul telefono ed è partita una chiamata?

Comunque la motivazione, alla fine, poco importava, al solo trillo palpitazione al cardiopalmo e farfalle nello stomaco. Questa tecnica era per noi un primordiale modo di approcciare l’altro sesso nella speranza di farne uscire, prima o dopo, un appuntamento (anche detto limone). Sociologia spicciola direte voi moderni, vero, realtà provata per tutti gli altri.

E oggi, caro David, sai come funziona? La risposta è quasi scontata: Facebook.

FB è una genialata non solo perchè permette di ritrovare amici vicini e lontani, ma con la sua grande portata – le mille possibilità di condivisione – diventa un enorme bacino in cui pescare.
Come si fa però ad attirare l’attenzione di chi vorremo predare? Con i “like”, anche detti “mi piace”. Che poi qui preda e cacciatore un po’ si confondono, sono sia l’uno che l’altro.
C’è chi mette una determinata foto o canzone ben conscio che un determinato tipo di persona la noterà, c’è chi, credendo che il tutto non sia premeditato, mette mi piace per far capire la sua posizione, come a dire: si, mi piaci tu e quello che dici/ascolti. E dopo? Beh dopo funziona come con i cari e vecchi squillini:

  1. oddio ha messo mi piace, cosa faccio gli scrivo?
  2. perfetto, continuo a pubblicare chisà che mi scriva
  3. ha messo mi piace a caso? beh, vado a mettere un mi piace pure io

Insomma anni ’90 o 2000, cellulari o computer, poco importa. Nella natura umana è insita la volontà di trovare qualcun altro, che sia per qualche ora, giorno o anni. Non importa il mezzo che utilizziamo, ci piace la suspance, il mistero e la mezza sofferenza. Ci piace chiderci come arrivare all’obiettivo, che strada percorrere, come fare per creare – o meno – aspettative.
Quindi David mi dispiace tu ti sia tanto crucciato, la verità è che siamo esseri meravigliosamente complicati e anche quando ci danno dei mezzi per renderci tutto più semplice, diretto, per paura o poco coraggio riusciamo a incasinarli, rendendoli assolutamenti umani: incomprensibili.

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