Il primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.
Bertolt Brecht, Piaceri 1954/55
Trad. di R. Fertonani (Grazie per questa traduzione impeccabile e senza tempo!)
(In B. Brecht, Poesie, trad. it., 1992)

Ho sempre ritenuto la poesia un amabile mezzo di comunicazione, che nella sintesi trova pienezza e nell’implicito la sua complessa bellezza. Non so da cosa sia nato questo amore, so che scrivo versi da sempre e in alcune occasioni la poesia è stata capace di salvarmi, estraendomi delicatamente da ciò che mi faceva male e permettendomi di guardarlo dall’esterno, proteggendomi e poi dandomi i mezzi per cambiare, migliorare, chiedere aiuto, stare meglio con me stessa.

Leggere poesie, invece, è il mio massimo livello di beatitudine. Poeti e non, coloro che mettono versi su carta ricevono il mio più umile e devoto interesse, il mio affetto e la mia voglia di condividere ed imparare.

Ovviamente, ci sono autori che più di altri hanno contribuito al mio profondo legame con la poesia, e i versi di Brecht che avete letto sono fra quelli a cui sono più affezionata. Innanzitutto, hanno segnato un traguardo sul mio percorso: questa poesia era infatti fra le fonti della prima prova scritta al mio esame di maturità, e anche se l’avevo letta prima, il ricordo nitido di quel giorno a scrivere per ore su “Piacere e piaceri” è quello più vivido, più forte, più importante emotivamente.

Ma anche l’avessi letta a caso, distrattamente perfino, so che mi avrebbe lasciato qualcosa di straordinario: se ci pensate non è altro che una lista, una semplicissima lista di piccoli piaceri quotidiani secondo la prospettiva di chi l’ha scritta.

Ciò che io trovo stupefacente e disarmante in questa poesia è la sua improbabile efficacia. La prima volta che l’ho letta, mi sono detta: “Embé? Bravo Brecht, sarei stata capace anche io di scrivere una cosa del genere”. E invece no, no e no. Nemmeno in una vita intera, probabilmente. Innanzitutto, per fare una lista di piaceri della vita, avrebbero dovuto cinque risme di carta. Brecht ha elencato 19 piaceri, precisissimi, semplicissimi, autentici. E poi non sembra plausibile come poesia, anzi non sembra plausibile e basta, è ‘solo’ una lista. Penso sia lecito percepire tutto questo dalla prima lettura, è l’istinto a dirci che non c’è nulla di speciale in quelle parole semplicemente perché non sono fatte per essere speciali. Sono parole di quotidianità pura e semplice, parole forse insignificanti se confrontate con altre come “amore” o “coraggio”, più imponenti, quasi gonfie, quasi troppo grandi. O forse, molto più semplicemente, Brecht vuole essere onesto a costo di sembrare banale, non vuole raccontare una storia ma farci aprire gli occhi sulla nostra. Famoso grazie al suo uso dell’effetto di straniamento, Brecht non usa verbi coniugati, che darebbero indicazioni più precise sui soggetti coinvolti nella poesia. Questa è scritta per se stesso, per tutti e per nessuno, per ognuno, per essere letta e sottovalutata, e poi riletta e riletta e riletta.

Quando si legge “Piaceri” una seconda volta e poi per tutte le volte successive, infatti, cambia qualcosa: ci si sofferma su ogni “piacere” e lo si assapora, lo si sente sulla pelle, lo si avverte scorrere lungo la spina dorsale, si annuisce. “Viaggiare“. Si sorride, si dice sottovoce “Quant’è vero”. “Essere gentili”, non “ricevere gentilezza”, no. “Essere gentili”, trarre piacere dal fare qualcosa per gli altri, dal regalare un sorriso, un gesto o anche solo una parola più delicata di quella che avremmo potuto o voluto usare. “Essere gentili”, che sembra passato di moda ma che sta bene su tutti, come il nero, e non solo fa snelli ma ci abbellisce. “Essere gentili”, che chiude la lista come a dire “Dai, ora prova a fare una di queste cose e dimmi se non ti senti meglio”. Allora si decide di piantare un fiore in giardino o di andare a nuotare o, più semplicemente, di scrivere qualcosa, come ho fatto io ora.

E sì, è stato davvero un piacere, come sempre.

 

(Immagine di Copertina: Abbadia)

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