Figli delle stelle

Una lettera che il vento sta portando via. Loredana

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Federico Fiumani – sì, il frontman dei Diaframma – il 29 dicembre ha postato su Facebook il video de: Il mare d’inverno cantata da Loredana Berté. Il commento: tra le prime 5 canzoni italiane più belle di sempre. In effetti non aveva tutti i torti. Il brano è di Enrico Ruggeri, e la scelta di Loredana con quella sua voce roca è perfetta. La Berté – oltre ad essere stata una delle più belle cantanti italiane di sempre – con quella canzone ha messo una seria ipoteca su un posto di una top list di evergreen italiani di sempre. Il singolo esce nel 1983, quando lei aveva già sbancato con hit del calibro di Non sono una signora (scritta da Fossati e pubblicata nel 1982), E la luna bussò (1979) e Sei bellissima (1975).

Il mare d’inverno, anche se ad un primo ascolto sembra ‘solo’ un’eccellente prova di rock-wave anni Ottanta, tiene il passare del tempo e di fatto resta un classico a mio avviso principalmente per il testo. Il mare è un uomo, non è il mare in sé. O forse non è nemmeno un uomo, è un’idea di amore, che costringe la cantante/donna a restare legata al luogo/sentimento e a non potersene staccare. Vediamo il testo:

Il mare d’inverno

è solo un film in bianco e nero visto alla TV

e verso l’interno

qualche nuvola dal cielo che si butta giù

sabbia bagnata

una lettera che il vento sta portando via

punti invisibili rincorsi dai cani

stanche parabole di vecchi gabbiani

Fin qui una descrizione poetica di quello che è effettivamente il mare d’inverno, con un tono malinconico (il bianco e nero della TV, le stanche parabole, i vecchi gabbiani, le nuvole che si buttano giù). Ma poi ecco che arriva il personalissimo e quasi banale:

e io che rimango qui sola

a cercare un caffè

La donna che rimane sola a cercare un caffè. Forse sta aspettando qualcuno. Che puntualmente non arriva. Un caffè è quello che prendiamo quando dobbiamo aspettare poco, quando non abbiamo molto tempo, ma siamo costretti a fermarci perché fuori fa troppo freddo (è inverno) e non possiamo ripararci in casa. Si prosegue poi con la seconda strofa, che cambia anche di ritmica con l’inserimento della batteria e delle chitarre:

Il mare d’inverno

è un concetto che il pensiero non considera

è poco moderno

è qualcosa che nessuno mai desidera

a leggerla oggi potrebbe essere proprio l’amore, sempre più difficile da trovare, fuori moda, addirittura non più desiderato. Si prosegue poi con la descrizione iniziale:

alberghi chiusi, manifesti già sbiaditi di pubblicità

macchine tracciano solchi su strade

dove la pioggia d’estate non cade

per finire con la dissociazione da se stessi:

e io che non riesco nemmeno a parlare con me

Ed ecco il ritornello. Praticamente perfetto:

Mare mare

qui non viene mai nessuno a trascinarmi via

mare mare

qui non viene mai nessuno a farci compagnia

Mare mare

non ti posso guardare così perché

questo vento agita anche me

questo vento agita anche me.

Da quella prima persona plurale (non viene mai nessuno a farci compagnia), si capisce che la Berté sta parlando con qualcuno, molto probabilmente il mare stesso. Che rimane comunque un’idea irraggiungibile, ma sempre e comunque desiderata (questo vento agita anche me).

E poi si chiude con la terza e ultima strofa

Passerà il freddo

e la spiaggia lentamente si colorerà

la radio e i giornali

e una musica banale si diffonderà

nuove avventure

discoteche illuminate piene di bugie

ma verso sera uno strano concerto

e un ombrellone che rimane aperto

mi tuffo perplessa ai momenti vissuti di già

che chiude con quell’ombrellone aperto, ipotesi di una rappacificazione con se stessi, anche se sempre e comunque nostalgici.

Quattro minuti poetici, senza sbavature o volgarità. La Berté al suo apice. Era il 1983.

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

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