CartaCarbone Festival

Un sabato di qualità. Diario di una volontaria al CartaCarbone festival

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Io ero trepidante e curiosa per “Treviso si racconta attraverso i suoi affreschi” ma se penso a cosa ho assistito, quel evento sarebbe stato “solo” il primo strato di torta.
(L’ultimo invece è stato l’assistere all’interpretazione di Ivano Marescotti dei canti I, V, XXVI dell’inferno dantesco. Insomma nomi importanti! Ma la fetta più grossa l’ho mangiata nel pomeriggio)

Sono volata, quasi letteralmente, tra la fine del turno e l’inizio dell’altro a vedere e ascoltare Chi Trung, poeta vietnamita noto ai volontari di CartaCarbone già da venerdì, avvistato in giro per la città nel suo tour.
Uomo minuto nell’aspetto e (si percepisce al solo sguardo) dall’animo molto umile, abbracciato alla sua macchina fotografica si aggira per S.Gregorio, location perfetta per quest’incontro, con un sorriso calmo e amichevole.

Attirata da questo “piccolo-grande uomo” che porta con sé un velo armonico di tranquillità, non ho potuto resistere e ho preso “Venti. Un poemetto” nella speranza di un suo autografo.

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Nguyen Chi Trung (FOTO DI FRANCO FAVERO)

L’evento inizia con un sonoro e lungo applauso.
Nguyen Chi Trung è nato in una città sulla costa nel Vietnam del sud ma è
cresciuto a Saigon. Negli anni sessanta compie una sorta di autoesilio in Germania, dove si reca per studiare filosofia, matematica e meccanica applicata, dopo aver vinto una borsa di studio. Ha lavorato come ingegnere fino al 1996 ed ora è il maggior poeta vietnamita vivente.

Alberto Trentin che l’ha presentato ci spiega un’importante differenza nella struttura poetica vietnamita.
È molto più complessa della nostra poiché le parole sono tutte costituire da monosillabi ed esistono sei differenti suoni che esprimono quindi parole di significato diverso.
La poesia vietnamita si compone come una quartina, e pone sei sillabe nel primo e nel terzo verso e otto sillabe nel secondo e nel quarto.
Questo gioco di rime interne ed esterne dà ritmo e con la traduzione in un’altra lingua si perde completamente questa musicalità.

Alessandro Canzian, editore di Chi Trung (Samuele editore), sottolinea che il rapporto umano è alla base della poetica dell’autore e questo traspira proprio in “Venti” dove si percepisce il disgregarsi dell’umanità e si respira un forte nichilismo religioso e spirituale.

Questo poemetto viene scritto negli anni ottanta ma viene stampato nel 1992 (e in Italia solo l’anno scorso) spiega l’editore che ci tiene a sottolinea la questione della musicalità e dell’essenzialità dei versi in lingua originale e in quella tradotta: la cultura dell’est è una cultura evocativa, per questo i versi sono pochi e concisi. Noi, dell’occidente viviamo di filosofia, abbiamo quasi la necessità  di spiegare le cose, ecco perché i versi diventano quattordici o addirittura venti.
Diventa quindi una riscrittura all’interno di un’altra cultura più che una traduzione.
“Venti” è un libro complesso , ci si innamora ma si viene anche urtati. È UN Libro.
Canzian parla della cultura di oggi come essenzialmente consumista, nella quale si è perso il concetto di opera, e dove invece si fa più attenzione all’autore.
Ecco, “Venti” è di stampo antico ma scritto ai nostri giorni.
L’autore lo lima, lo riscrive, lo modifica a seconda delle sue esperienze di vita, per dare significato e salvezza all’opera.

Parte, dopo quest’introduzione, una sorta di botta e risposta tenuto da Canzian.
Prima però Chi Trung ci tiene a dire, timidamente: < Scusate, non posso parlare italiano> e scatta un applauso contornato di risate.

Chi Trung, abbiamo parlato della storia di questo libro, raccontaci degli aneddoti, com’è nato?
Ha avuto una gestazione molto lunga con varie sfaccettature, molto prima del 1992 quand’è stato pubblicato. Nell’autunno di quell’anno però, durante una tempesta sconvolgente ho avuto l’urgenza di scrivere e scrissi di fila il poema, 48 pezzi che aprono tutti con un’invocazione ai venti.
Il significato è condensato in pochi versi, proprio per la cultura evocativa vietnamita.

– Il testo viene poi tradotto in tedesco dallo stesso Chi Trung che, notato il successo, lo riscrive in vietnamita.
(A Roma, poi, l’anno scorso ha incontrato Canzian che ha curato l’edizione italiana) –

Qual è il messaggio del testo?
Non si può riassumere in poche battute.
Io stesso riscopro nuove cose ogni volta che lo rileggo, vari aspetti si rinnovano all’aumentare delle conoscenze. In una parola potrebbe essere la descrizione della vita dell’essere umano in questo secolo. Secolo importante, per me, non perché lo si vive, ma per la svolta nella permanenza dell’uomo.

C’è tanta natura nel libro, Leopardi, di cui sei estimatore, la descriverebbe come matrigna. La tua com’è?
La Natura dei nostri giorni, non è più natura. È piuttosto qualcosa che si è distrutto. Non si può parlare di natura, siamo più attenti a parlare di tecnica.

La chiusura parla di vita. Cos’è per te?
– è stato un matematico, conosce l’astrofisica –
Ritengo che la vita sulla terra sia un caso, una confluenza di eventi. E questo in sostanza è “Venti”.

In tutte queste coordinate che sono state date ne manca una: la parola. Cos’è per te?
Mi sono interrogato molto sul linguaggio e non ho trovato risposta. Nella Bibbia all’inizio c’è la parola “verbo”, parola che nella filosofia buddista non compare.
– è andato quindi in cerca della risposta in un’altra cultura –
La parola per me è “casa”, ma col significato tedesco di zuhause che è più profondo perché è intrinseco il concetto di tradizione e cultura.

Cos’è la poesia?
– si rifà a Confucio –
noi sappiamo che cos’è il pesce che nuota, l’uccello che vola ma non sappiamo cos’è la poesia.

Come si inserisce “Venti” nella tua produzione?
Da quando ho 13 anni ho scritto 50 libri ma ne ho pubblicati solo sette fino all’anno scorso.
Venti è molto importante per i “non vietnamiti”, ma non tanto per il Vietnam.

durante la lettura (FOTO DI FRANCO FAVERO)

durante la lettura
(FOTO DI FRANCO FAVERO)

Nella cornice intima di San Gregorio, abbiamo avuto l’onore di ascoltarlo mentre leggeva nella lingua originale gli ultimi dieci poemi della raccolta.

Si alleggerisce dal cappotto, si concentra, inspira ed espira.
Il modo più immediato per descrivere questa meraviglia, nonché il primo che mi viene in mente per far comprendere  meglio, è un movimento.
Sì, la musicalità dei versi vietnamiti mi rievoca un movimento al rallentatore, come quelli di Tai Chi.
Mi pare di sentire il vento che spira piano ma con una forza devastante. Suoni scanditi, precisi.

Adoro l’atmosfera. C’è un silenzio in sala che mette i brividi. Siamo tutti affascinati, bloccati dai suoni presto trascinati presto recisi.

Letto in italiano, effettivamente, non evoca le stesse immagini.
Sembra sempre di dare un’intensità troppo dura, troppo sentita nell’interpretazione. Troppo.

Ma alla fine è il nostro cuore che deve interpretare le poesie.
Vi lascio con uno dei poemi di “Venti”, il numero 43.
Lasciatevi cullare.

Venti, siete un lungo respiro che

Tiene in vita ciò che vive;

un sospiro senza fine che sale

presto subito dopo l’inizio

e continua sempre? Una non-parola

che interpreta e spiega l’essere

con tutto l’enigma che ci accompagna?

Siete una parola che il nostro drammatico

Inizio e le nostre innumerevoli fini

Vuole cogliere in tutti i dettagli?

Siete voi tutto questo, ciò che abbiamo nascosto,

ciò che la vita ha coperto

e il tempo ha sepolto?

Siete voi anche il fetore che adesso

prende il posto della fragranza dei giorni precedenti

e si diffonde, siete voi l’antibellezza che forma

l’ultimo respiro della nostra esistenza?

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