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“Un calcio in bocca fa miracoli” di Marco Presta

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La Bic è la cosa che più di ogni altra mi ricorda l’essere umano. È capace d’imprese grandiose – compilare schedine vincenti e assegni scoperti -, di azioni mediocri – scrivere liste della spesa e biglietti d’auguri – e di crimini orribili – vergare condanne a morte e lettere d’amore.

Perché io mi innamori di una donna la condizione necessaria (ma non sufficiente, of course) è che mi faccia ridere. E non parlo di quel tipo di risata da “ah ah ah bella questa” ma di un ridere genuino e sgraziato, di quelli che quando apri gli occhi dopo qualche minuto ti ricordi di essere alla veglia funebre del tuo vicino di casa da poco scomparso.

Ecco, se “Un calcio in bocca fa miracoli” fosse una donna mi avrebbe di certo fatto innamorare: è sagace come non mai nelle sue trovate e ha uno stile “acqua e sapone” che rende la lettura davvero scorrevole. Non smetterò mai di ringraziare la mia carissima amica Michela per avermi regalato questo libro. Perché sì, mi ha proprio fatto sbudellare dalle risate. E avendolo letto per lo più in luoghi pubblici come al gate di un aeroporto, mi ha reso l’oggetto di osservazione di moltissimi sguardi perplessi, a volte visibilmente disturbati.

Il silenzio è la cosa più straordinaria che esista in natura, lo si può interpretare in chiave filosofica e artistica ma alla fine è costituito semplicemente dall’assenza di rompicoglioni nelle vicinanze.

L’autore narra in prima persona le avventure di un cinico e arguto pensionato ma, ad un anno di distanza da quando l’ho letto, faccio difficoltà a ricordare la trama. Quasi come fosse un diario è diviso in tante scene di vita quotidiana che seguono in parallelo più filoni: quello del rapporto tra il protagonista e sua figlia e la sua ex moglie, i tentativi di conquistare la portinaia del suo palazzo, le imprese in compagnia dell’amico Armando, ecc…

Per mantenere la metafora di prima la sensazione che ho avuto è la stessa di quando si passeggia con una persona di cui si è innamorati: ci si dimentica del punto di partenza e di quello di arrivo (specie se si passeggia a Venezia) e ci si ricorda di ogni risata, di ogni “sguardo” e di ogni “bacio”. Non che mi sia messo a baciare il libro (lascio ad altri certe interessanti perversioni) ma di certo i miei occhi brillavano ad ogni pagina. E questo perché il pensiero del protagonista è privo di qualsivoglia ipocrisia, quella sostanza che pervade l’atmosfera più dell’azoto.

È arduo sopportare la felicità altrui, specie se innocente. Non poter imputare a chi l’ha raggiunta nulla d’ingiusto o disonesto, la rende indigeribile a milioni di poveri diavoli che l’hanno cercata inutilmente. Sei felice ma almeno dimmi che hai strozzato una vecchietta o che hai derubato tuo fratello. Niente, neanche questo mi viene concesso.

Edoardo Vella

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