Gli occhi degli altri

“Tu sei il mare, sei l’oceano”

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Non ricordo esattamente in che bar andammo. Forse uno di quelli che frequentavamo spesso con gli altri, magari no. Era in zona Ponte Rosso, mi pare, ma non ne sono sicura. Onestamente non riesco nemmeno a rievocare la conversazione nella sua interezza, eppure non dimenticherò mai quel giorno, il primo in cui qualcuno mi abbia restituito un pezzo di me dopo averlo letto e interpretato come io non ero mai riuscita a fare.

Gli avevo chiesto io di vederci, spinta dal bisogno di pronunciare delle parole che fino a quel momento avevano masticato il mio stomaco dall’interno. Ora pretendevano di uscire, e non solo in presenza del mio riflesso allo specchio. Mi sentivo nervosa, nel terrore che mi avrebbe giudicata esosa ed esagerata come gli altri avevano fatto più o meno tacitamente in quegli anni. Ma ero disposta a correre il rischio, stavolta.

Soffrivo di qualcosa che era sempre stato, eppure da un po’ di tempo era diventato troppo. O io mi ero arresa, nemmeno questo saprei determinare con esattezza. Ciò che gli dissi io non ha molta importanza, in realtà; era una richiesta di sostegno e di risposte, anche se sapevo che concedermi il primo avrebbe forse significato non potermi dare le seconde o viceversa. Gli ho spiegato nel dettaglio cosa mi aveva portato a scrivergli, cosa stavo vivendo, cosa mi aveva ferito. Mi ha ascoltata senza proferire parola, a parte qualche “certo” qua e là. Lui commenta così le conversazioni in cui si sente genuinamente coinvolto, quindi ogni “certo” era per me un enorme sollievo.

Terminai di parlare, tenendo gli occhi appiccicati ai suoi. Era tranquillo, ma concentrato.

Non rispose subito, e devo ammettere che ancora oggi quello è uno dei silenzi che ricordo con maggiore gratitudine. Quel silenzio mi ha detto che, anche la sua reazione mi avesse distrutta, lui sarebbe stato là per raccogliere i pezzi. E ci sarebbe stato perché c’era sempre stato, in realtà, ero io a non averlo mai capito.

“Hai ragione, tutto ciò che hai osservato ha senso. Lo posso ricondurre ad un sacco di episodi, discussioni, conversazioni, perfino messaggi in chat. Ma non è come pensi. Tu dici di non sapere cosa gli altri trovino in te, perché nessuno si prende il tempo o la briga di dimostrartelo. Dici di vedere solo ciò che lega gli altri agli altri, dici di riconoscere l’amicizia fra le persone e non quella che lega le persone a te. Ma credimi, ciò che tu non riesci a vedere c’è eccome. Anzi, ciò che tu non sai vedere è esattamente ciò che ti rende… te, che ti rende importante. Sei solo troppo impegnata a fare, a dare, a travolgere tutto e tutti con tutto ciò che hai dentro, ma questo non ti allontana da noi, al contrario.

È come se noi fossimo delle isole. Siamo tutti delle isole, con i nostri ecosistemi, le nostre spiagge, e le montagne, le foreste, le cascate, le barche attraccate a piccoli moli in legno di recupero; e poi ci sono gli animali a popolare la terra, il cielo e le nostre acque. Noi siamo delle belle isole in mezzo al mare. E tu, tu Anna, tu sei il mare.

Essere il mare è la cosa più difficile di tutte, perché sei l’unica enorme massa che abbraccia tutto e questo ti rende diversa. E poi ti si riversa addosso un sacco di responsabilità, tutta indirizzata solo e soltanto a te. Ma c’è chi è fatto per essere il mare, per coprire le distanze fra le isole facendole comunicare, facendole sentire meno sole. E quando le isole sono troppo distanti, o qualche movimento strutturale delle zolle le porta a spostarsi l’una dall’altra… il mare si fa oceano e allarga il suo abbraccio. In questi mesi, lo sai bene, spesso ti sei dovuta espandere e farti oceano per noi. E la cosa straordinaria è che hai allargato le braccia senza fare domande, come non ci fosse altra via. Ti è venuto dannatamente naturale ed è stato così perché, semplicemente, sei fatta per questo.

Non credo tu abbia scelto di essere il mare o l’oceano, anzi sono convinto che continuerai a soffrirne e a credere che staresti meglio da isola. Ma per quello che abbiamo vissuto finora, posso dirti che sei il miglior mare che potesse capitarci; sì, anche quando ti abbandoni a qualche mareggiata e invadi le nostre spiagge.

Senza di te ci sarebbe comunque un senso? Credo di sì, ma non sarebbe lo stesso: immagina una mappa senza il colore blu. Immagina le profondità della terra scoperte, aride, inospitali, inattraversabili. Senza di te non sarebbe facile o forse possibile per noi essere noi. Tu ci proteggi, ci ascolti, ci valorizzi. Hai una miriade di difetti insopportabili anche, certo. C’è da temerti, per alcuni versi, proprio come il mare quando minaccia una tempesta. Ma anche tu hai tanti timori, alimentati dalle tue ossessioni paranoiche logoranti. Fra questi demoni però non può esserci anche la paura che non ti vogliamo bene, Anna, non può: tu sei il mare, sei l’oceano, completi il nostro ecosistema. Completi noi.

So che rischiamo spesso di dare per scontata la tua presenza, ma è solo perché non esiste una versione della storia senza il mare, o almeno noi non la contempliamo. Ma il tuo legame con noi è il motivo per cui abbiamo un legame fra di noi, ed è la cosa meno scontata di tutte.”

Nel suo romanticismo quasi melenso, questa metafora mi ha scavato un solco nel cranio. A queste, poi, sono seguite altre parole, alcune molto sensate e molto confortanti e altre oneste, severe. Mi ha detto cosa pensava dovessi e potessi fare per vivere meglio e per dare alle mie amate isole il tempo e lo spazio di cui evidentemente avevano bisogno. Abbiamo vagliato insieme gli avvenimenti che mi avevano fatto dubitare e soffrire, abbiamo chiamato per nome le mie incertezze. Infine ci siamo abbracciati e ci siamo avviati verso casa, camminando veloci nel traffico delle 18 a Trieste.

“Chissà se aveva ragione…”

“Chi mai vorrebbe essere il mare, poi? Significa esserci sempre, dare sempre, significa abnegazione oltre ogni tua esigenza. È un modo aspecifico di vivere i rapporti, non ne sarai mai capace.”

“E se fosse il mio modo di instaurare dei rapporti autentici e specifici, invece? Se finora non l’avessi capito perché ero troppo occupata a soffrire di qualcosa che avevo concepito io stessa, nell’incapacità di conoscermi? Se non si trattasse di abnegazione, ma di generosità di cuore?”

“Ti distruggerà, o ti autodistruggerai.”

“Che bella l’idea di abbracciare tutti, però. Sono brava, ad abbracciare.

“È un destino solitario, un mondo incomprensibile e incompreso che non fa per te. Sei troppo volubile, sei troppo debole.”

L’ho ringraziato e salutato al solito incrocio, poi ho tirato fuori le chiavi di casa e ho corso fino al portone. Sono salita in ascensore, ho premuto il tasto “3” e mi sono guardata distrattamente nello specchio strisciato. Una volta arrivata al mio piano ho infilato la chiave nella serratura, l’ho girata e sono entrata. Il mio coinquilino stava suonando la chitarra, la mia coinquilina lo ascoltava a gambe incrociate sul divano. Mi hanno sorriso. Mi sono seduta con loro, ho poggiato la testa sullo schienale e ho chiuso gli occhi mentre iniziavo a cantare la seconda strofa della canzone. Nelle mie orecchie, il rumore delle onde.

 

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