Dieci film per raccontare i dodici mesi del 2015. Troppo pochi, forse, per descrivere una stagione cinematografica piena di titoli interessanti. Scrivere questa classifica non è stato affatto semplice, ho escluso molti film che avrebbero meritato un posto nella lista, ma che per ragioni di spazio non hanno potuto farne parte. Vorrei comunque citarne alcuni che pur non essendo presenti, meriterebbero almeno una visione da parte vostra: Birdman, Turner, 45 years, Les combattants, Ex machina Kreuzweg sono solo alcuni tra quelli che fino all’ultimo si sono giocati un posto tra i primi dieci. Questa top 10 ha preso in esame i film distribuiti nei cinema italiani dal 1 gennaio 2015 fino a oggi. Non troverete quindi i film girati nel 2015 presentati nei tanti festival internazionali senza però essere stati distribuiti nel nostro Paese. Ultima annotazione: le opere in classifica sono presentate con i loro titoli originali, senza la traduzione italiana:

10- Kung Fury, di David F. Sandberg: Finanziato interamente dal popolo di internet, questo progetto rappresenta il futuro del cinema per il metodo con cui è stato prodotto, realizzato e distribuito. La settima arte viene contaminata con la game culture all’insegna del citazionismo più sfrenato e del trash più irriverente. Nella Miami degli anni ’80 Kung Fury  è un poliziotto dai poteri sovrumani, mandato indietro nel tempo per uccidere Adolf Hitler (alias Kung Fuhrer). Un vero e proprio viaggio nel nonsense, accompagnato dalla canzone “True Survivor” cantata dal leggendario David Hasselhoff. Imperdibile.

9- Dope, di Rick Famuyiwa: Uno dei più sorprendenti teen movie realizzati quest’anno. Racconto di follia e riscatto nei sobborghi di Los Angeles con tre incredibili protagonisti nel ruolo di un gruppo di nerd fuori dal comune. Tutto funziona a meraviglia: dalla sceneggiatura giovane e godibile, alla regia sicura e innovativa. Colonna sonora di alto livello e in cabina di produzione due signori che portano il nome di Forest Whitaker e Pharrell Williams. Un affresco potente sulla black culture del ventunesimo secolo.

8- Mad Max – Fury Road, di George Miller: Ritorno mozzafiato per una delle saghe più celebri della storia del cinema. Miller ricrea da zero l’eroe che lo aveva reso celebre e riesce nell’impresa di girare un film migliore dei suoi, già storici, capitoli precedenti. Una cavalcata inarrestabile attraverso il deserto, raccontata con una regia massiccia e impeccabile, esaltata dalla splendida prova attoriale di un superbo Tom Hardy, qui in stato di grazia. In una parola sola: esagerato.

7- Hungry Hearts, di Saverio Costanzo: Uno dei migliori registi italiani racconta la storia di un amore che ha fame e allo stesso affama la persona amata. In bilico tra Rosemary’s baby e un intimo dramma d’interni, Costanzo porta il cinema italiano in trasferta a New York e dimostra che con l’intelligenza e la tecnica stilistica è ancora possibile dare una dimensione internazionale al nostro cinema. Impeccabile l’intero cast, memorabile la sequenza finale sulle note di Tu si ‘na cosa grande di Domenico Modugno.

6- Me, Earl and the dying girl, di Alfonso Gomez-Rejon: Molto simile al piacevole Noi siamo infinito uscito qualche anno fa, il nuovo film di Gomez-Rejon è una storia di amicizia a tre davvero ben scritta e raccontata. Intelligente nel tenersi sempre a distanza da banali cliché  nonostante una trama incentrata sulla leucemia e sul disagio giovanile. Da noi uscirà i primi giorni di dicembre con l’infelice titolo di: Quel fantastico peggior anno della mia vita. Non fatevi condizionare dai traduttori italiani: andate a vederlo.

5- White God, di Kornél Mundruczó: “Tutto ciò che è terribile ha bisogno del nostro amore.” Si apre con questa citazione di R.M. Rilke un bellissimo racconto di accettazione e integrazione sul nostro modo di rapportarci con il “diverso”. Sovrapponendo vari registri stilistici: dal genere adolescenziale, passando per il dramma e arrivando allo splatter, Mundruczò racconta una grande metafora sull’odio razziale ambientata in una Budapest apocalittica. Con rimandi che spaziano da Lilli e il vagabondo a gli Uccelli di Hitchcock, White God è una sorprendente sinfonia visiva di estrema attualità.

4- Inherent Vice, di P.T. Anderson: Un maestro del cinema contemporaneo riscrive i canoni del genere poliziesco in un film lisergico e maestoso allo stesso tempo. Intrighi torbidi e personaggi al limite del surreale si incontrano sullo sfondo di una Los Angeles che ci viene restituita nella splendida atmosfera dei ruggenti anni ’70. Al cuore di tutto c’è un sempre gigantesco Joaquin Phoenix, nel ruolo dell’ex poliziotto Larry Sportello. Film difficilissimo da assimilare in una sola visione, ha però tutte le carte in regola per diventare, con il passare del tempo, un vero cult.

3- Youth – La giovinezza, di Paolo Sorrentino: Il regista che ha vinto uno degli Oscar più immeritati degli ultimi anni si rifà alla grandissima con un film immenso. Tripudio visivo e uditivo grazie a un barocco formale che sa non essere invadente e a una delle migliori colonne sonore del nuovo millennio. Sorrentino potrà non piacere, ma il suo cinismo decadente nel raccontare la vita che se ne va è di una poesia struggente. La battuta cult: “Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto quello che abbiamo.”

2- The Lobster, di Yorgos Lanthimos: La sorpresa più bella di questo 2015 è una storia in bilico tra surrealismo e verità, ambientata in un mondo che esclude fisicamente chiunque non sia in grado di costruirsi una relazione sentimentale. In un albergo per cuori solitari, Colin Farrell cerca disperatamente l’amore per non essere trasformato in un’aragosta. La sua ricerca si trasformerà presto in una corsa contro il tempo cinica e spietata, con tanto di finale a sorpresa. (Non) solo gli amanti sopravvivono.

1- The tribe, di Miroslav Slaboshpitsky: Il primo film al mondo a essere interamente raccontato nella lingua dei segni è un’esperienza totalmente rivoluzionaria che si merita il titolo di miglior film del 2015. Opera forte e coraggiosa, basata sul concetto che l’odio e l’amore non abbiano bisogno di parole per esprimersi. Slaboshpitsky racconta in questo modo una storia universale in cui le parole sono bandite e le immagini arrivano dritte al cuore di chi guarda con un’immediatezza sorprendente. Un racconto unico e destabilizzante che ci ricorda un concetto importante: se invece di dilungarci a parlare imparassimo ad apprezzare la bellezza del silenzio, la nostra vita sarebbe di sicuro molto diversa.

Alvise Wollner

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