Chissà quale canzone sceglierà Tiziano Ferro, ora che è stato condannato per i 3 milioni di euro evasi al fisco italiano.
Sono indeciso tra “Xdono”,Indietro“, “Universal Prayer” e “Sere Nere“.
Anche se, pure tutti quegli “ahi ahi ahi ahi” di Killer
Ferro è solo l’ultimo di una lunga pletora di “furbetti” del fisco, appartenenti al jet-set dello stivale.
Il cantante ha provato ad utilizzare un trucco vecchio come la barba di Matusalemme: convincere il Fisco che la sua residenza effettiva  e sede dei propri interessi personali fosse all’estero, per la precisione a Manchester.
Tale tesi è stata demolita con facilità e la sentenza della Commissione Tributaria Regionale ha impietosamente evidenziato quanto il tentativo sia stato maldestro e male architettato, in quanto il fulcro degli interessi economici e lavorativo/affettivi del cantante apparisse chiaro essere in Italia.
Parlare di tasse è sempre un rischio.
E’ una specie di tabù, forse in questa penisola ancora più che in altre parti del mondo.
Le parole “tassa” e “imposta” sono comunemente percepite come un qualcosa di negativo, di brutto, di fastidioso e spiacevole.
Sono quelle classiche parole che, nello stesso istante in cui le stai pronunciando ti provocano una smorfia di disgusto inconfondibile e istantanea, che fa il paio con l’espressione che ti si stampa in viso quando, dopo avere incontrato per strada l’ultima/ultimo ex mano nella mano con la nuova fiamma, ti trasformi in una diapositiva imbruttita dell’Urlo di Munch.
Tutto lo sforzo che ci avete messo nello sfoderare, cinque secondi prima, una espressione sicura, soddisfatta, appagata e serena, se ne va a quel paese nel momento stesso in cui avete girato l’angolo e siete usciti dallo spettro dei radar, potendo finalmente dare sfogo al vostro stato d’animo con abbondanza di carinerie e vezzeggiativi.
Ecco, mi viene da pensare che il rapporto con gli italiani e le tasse si snodi più o meno su questi binari: le tasse sono un po’ come il tuo partner passato.
Se è passato un motivo c’è, e di solito non è mai piacevole rinvangarlo o riportarlo all’attualità.
C’è però una sostanziale differenza tra i due termini di paragone: mentre l’ex passa e dopo un po’ te ne fai una ragione e cambi pagina, le tasse non passano MAI.
“Death & Taxes”, come si suole dire efficacemente in inglese, sono le uniche due cose certe della vita.
Come fai a non pensare di darti una lievissima ed abilmente occultata strizzatina ai gioielli, quando qualcuno lo dice?
Credo sia inevitabile.
Questo incipit un po’ goliardico mi serve per introdurre il mio pensiero su un argomento che, da che ne abbia memoria, ha sempre stimolato il mio interesse per la sua enorme importanza ed al contempo delicatezza.
Alcuni di voi non lo sapranno, ma il concetto di “tassazione” ha le sue radici addirittura nella Carta Costituzionale:

[Art. 53.]
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Come potrete notare nell’articolo non figura la terminologia che è oggi comunemente associata all’argomento, ma si parla di “concorrere alle spese pubbliche” in ragione della propria “capacità contributiva“.
L’apporto di ogni cittadino, in relazione alle proprie sostanze, ai propri guadagni, diventa quindi un meccanismo fondamentale per garantire il buon andamento della macchina-stato ed azionare il circolo virtuoso che deriva dal desiderio di un paese nel quale siano garantite la libertà, la salute, e la dignità della persona.
Perché dunque ci riesce così difficile comprendere ed accettare il sottile e ineludibile rapporto intercorrente tra prelievo fiscale e istituzioni democratiche?
Il primo, e più importante motivo, è che le tasse costituiscono una contribuzione idealmente volontaria, ma sostanzialmente obbligatoria.
E questo avviene perché, se dovessimo affidarci al buon cuore e all’onestà di ognuno, probabilmente il gettito fiscale andrebbe incontro a fluttuazioni che renderebbero impossibile una pianificazione finanziaria sul medio termine e metterebbero a rischio la sussistenza stessa dei livelli minimi di servizi costituzionalmente garantiti.
In secondo luogo, perché il cosiddetto “criterio di progressività” è stato più volte disatteso.
E’ innegabile che, in questo momento, l’ammontare del flusso dei contributi fiscali non sia adeguatamente informato ai criteri di progressività e proporzionalità.
La pressione fiscale è molto elevata e va a colpire duramente soprattutto le fasce dei redditi medio-bassi.
Considerando il fatto che i nostri stipendi sono tra i più scarni d’Europa, non c’è da stupirsi che le tasse siano malviste dai cittadini, i quali si ritrovano con un potere d’acquisto sotto i tacchi.
Aggiungiamoci parametri, tempistiche e modalità di erogazione stese in maniera volutamente ambigua ed otteniamo un bonus “antipatia” che schizza alle stelle.
Vi sono poi alcune considerazioni “psicologiche”, che ci riportano alle Sere Nere che avrà vissuto il buon Tiziano negli ultimi tempi.
Tra queste, spicca sicuramente il cattivo rapporto dei cittadini con le istituzioni e col potere costituito.
“Tassazione”, negli ultimi anni, ha fatto sempre più rima con “Inquisizione” e non uso questo ultimo termine a caso.
Il rapporto tra i cittadini e il Fisco è diventato una specie di Caccia alle streghe in chiave moderna, dove vince chi è più scaltro e commette meno errori.
Non è quasi più una questione legata al senso civico, all’importanza dell’esistenza delle istituzioni democratiche, ma è diventata più una lotta senza quartiere, una “mors tua vita mea”, dove viene in rilievo lo scontro tra stato Leviatano e cittadino cornuto e mazziato e sfuma tutto il mondo che sta dietro al concetto di “contribuzione sostenibile”, che dovrebbe animare e guidare la disciplina della tassazione.
D’altronde, un paese le cui istituzioni sono fortemente criticate, con esponenti di parlamento e governo privi di credibilità, con casi di mala gestione delle finanze pubbliche che si appalesano ogni giorno espandendosi a macchia d’olio fino a regioni, province e comuni, come può pretendere di godere del placet del cittadino su di una materia così delicata come l’imposizione fiscale?
Si tratta pur sempre di “imposizione”, appunto.
E se l’ente stato, che dovrebbe dare il buon esempio, si sforza così intensamente di perdere credibilità rispetto ai suoi cittadini, come potrà poi godere del sufficiente rispetto e della necessaria fiducia per garantire il circolo virtuoso che deriva dal corretto funzionamento del marchingegno statale e da una contribuzione bilanciata e progressiva?
Non è solo un problema di ordine economico quello che ci si presenta davanti, è un problema che affonda le sue radici nel concetto stesso del potere e di come esso è vissuto dai cittadini.
Fino a quando le istituzioni non dimostreranno che lo stato può essere anche quello indicato dai padri costituenti, un ente che sappia tanto prendere, quanto dare in maniera equa, incontreremo una marea di ostacoli nel riuscire a comprendere, noi stessi, l’utilità e la necessità del contributo di ciascuno per il bene della collettività.
Sta a noi tutti, cittadini frustrati e delusi dall’attuale assetto socio-economico che ha raggiunto il nostro paese, rimboccarci le maniche per provare a cambiarlo.
Ma sta anche e soprattutto ai nostri rappresentanti democraticamente (?) eletti, darsi una ripulita, indossare lo smoking migliore, farsi un bell’esame di coscienza e ricominciare daccapo, con un occhio di riguardo verso una vessazione sproporzionata ed un flusso di risorse la cui gestione risulta al momento poco pulita e trasparente e discutibilmente gestita.
Perché parlare di tasse, stando cosi le cose, è un argomento “Xverso“, più che tabù.

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