Ci sono semplici frasi, semplici parole dette senza pensarci troppo che, inevitabilmente, casualmente e distrattamente, rovinano interi mondi interiori.

Rovinano passi avanti fatti di sacrifici, impegno, dolore, felicità, voglia di cambiare, di migliorarsi e migliorare l’altro.

Rovinano microcosmi emotivi, prima relativamente stabili, o meglio, equilibrati se visti da lontano e non sotto la lente di ingrandimento di un osservatore scrupoloso ed attento.

Parole che feriscono, taglienti come vetri trovati per caso su una spiaggia paradisiaca, che fanno mettere tutto in discussione. Di nuovo. Che bloccano, inaridiscono e svuotano.

Perché diamo tanta, troppa, importanza alle parole? Perché non riusciamo a “pesarne” il valore a seconda di chi è che ce le rivolge? Ci attacchiamo a semplici pezzetti di un puzzle chilometrico e contorto, intriso di molto più.

Perché è più facile fermarsi a ciò che appare. Alle parole, appunto. Difficile, semmai, sarebbe scoprirne il fine ultimo che le ha mosse. Contorto e nebuloso, forse inarrivabile e pieno di bivi.

Tuttavia, se c’è qualcosa che non sopporto, sono i discorsi fatti “tanto per”, per intrufolarsi goffamente in discussioni che fino ad un attimo prima non ci appartenevano. Odio chi parla troppo, soprattutto senza pensare a ciò che sta dicendo, mettendosi in primo piano, domandando senza ascoltare le risposte, già pronto alla prossima battuta.

Mi spaventa l’egocentrismo ed egocentrismo di alcuni. Mi fa pensare che forse sto sbagliando tutto, che mi faccio troppi scrupoli per non rischiare di invadere spazi che non mi appartengono, mentre i “barbari” vincono su tutto e su tutti, senza prestare attenzione alla desolazione che si lasciano alle spalle.

Le parole, però, veicolano molto di più. Nella scelta che ne viene fatta, ci parlano di chi abbiamo davanti: fanno scorgere un po’ della sua interiorità, anche in maniera inconsapevole, sia per noi che per l’altro. Forse è per questo che spesso ci feriscono, perché ci fanno scoprire, inconsciamente e segretamente, qualcosa in più, qualcosa che ancora non abbiamo visto concretamente, ma di cui avvertiamo la presenza. Insidiosa e crudele, come un dubbio irrisolto, un’emozione negata, una verità nascosta.

Se il linguaggio non verbale parla di più di mille parole, talvolta quest’ultime, nel loro franchezza, ci confondono e stordiscono, portano inquietudine e malinconia verso quell’istante che le ha precedute.

Vuoi scrivere un commento?
Effettua la registrazione da questo link:

Registrati

MORE FROM IRENE VALSECCHI

ENTRA NELLA COMMUNITY