K.I.S.S.

“Senza categoria”

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Sarà che il 2018 è stato un anno emotivamente importante, sarà che pian piano mi sto avvicinando ai trenta, ma mi sento un po’ più saggia. E anche abbastanza incosciente da avere l’audacia di tirare le somme e buttare giù qualche conclusione motivazionale, come si suol fare a fine anno. Una cosa, tra l’altro, che ho sempre odiato per diversi motivi:

A meno che tu non sia Osho, perché dovrei leggere cos’hai imparato dalla vita?

Le tue riflessioni sono tue, non coinvolgermi parlando alla prima persona plurale.

Non dirmi cosa devo fare.

Conscia di tutto questo, vorrei riflettessimo su una cosa che ultimamente mi ha fatto pensare molto.

 

Fin da piccoli siamo abituati a etichettare gli altri, a etichettare noi stessi e a essere etichettati.

È un comportamento che acquisiamo e accettiamo naturalmente quando cresciamo, spinti dalla necessità di definire la propria identità. Dire “quello è uno sfigato” oppure “io sono indipendente” significa incastrare noi e gli altri in determinate categorie, che con il tempo diventano gabbie da cui è difficile uscire. È così che nascono le discriminazioni.

Daniela è una donna felice e sicura di sé. Per questo non le è permesso di crollare, di dubitare di se stessa o di aver bisogno di una pausa.

Federico invece è timido e insicuro. Non importa che Federico sia anche sveglio, ironico e carismatico, perché queste caratteristiche esulano dalla sua categoria.

Sonia è bellissima. Portarsela in giro fa sempre la sua figura, ma è meglio zittirla quando apre bocca, non si sa mai cosa possa uscire.

Bruno è un disadattato. Ha avuto un’adolescenza difficile e quindi ora non ha il diritto di avere una vita normale come quelli che sono cresciuti con la famiglia del Mulino Bianco.

Mario è omosessuale. “Che bello ho sempre desiderato un amico gay, andiamo a fare shopping insieme?”. A Mario magari non frega assolutamente nulla di moda. E probabilmente neanche di te.

Sono tutti esempi banali che nascono da un giudizio che – per quanto superficiale e affrettato – condiziona il nostro modo di essere. Ma noi non siamo solo il nostro aspetto fisico, un evento della nostra vita o un tratto del nostro carattere. Ognuno di noi è un meraviglioso universo di sfumature che non può essere rinchiuso in categorie predefinite.

Spesso poi, quando scopriamo di appartenere, nostro malgrado, a categorie che non corrispondono a quello che siamo, ci sentiamo costretti a giustificarci per dimostrare che non è come sembra, a esagerare degli aspetti che contrastano con l’etichetta che ci è stata appiccicata e che non sappiamo come scollarci, diventando dei fantocci di noi stessi.

Ci sentiamo in dovere di rimarcare ancora di più la nostra identità con decisioni drastiche o affermazioni categoriche che a lungo andare pesano sull’anima come macigni.

“Ho appena chiuso una brutta relazione quindi odio tutti gli uomini, non mi sposerò mai, e nessuno mi farà cambiare idea.”

“Non mi piace il mio aspetto, perciò devo puntare tutto sulla simpatia e sull’intelligenza e non posso permettermi di sbagliare.”

“Ho avuto un trauma, perciò ogni mia azione adesso è giustificata per questo. Non voglio capire nessuno, ma solo essere compatito.”

“Ho preso delle scelte affrettate, ma fingerò per tutta la vita di essere felice perché sarebbe troppo umiliante ammettere di aver sbagliato”.

“Io sono così e basta”. Un classico.

È un meccanismo che momentaneamente ci fa sentire protetti, ma che nel tempo aumenta i confini con gli altri e alza muri contro noi stessi. Ci costringe a reprimere i desideri e ci impedisce di reagire e affrontare le nostre paure.

Ecco il mio augurio per il prossimo anno è proprio questo.

Riscopriamo la bellezza di sorprenderci, di andare oltre le prime impressioni e di guardare l’altro sotto una luce diversa, libera da filtri, preconcetti e condizionamenti.

Allo stesso modo diamo anche a noi stessi la possibilità di essere vulnerabili, di guardarci dentro e vedere se, oltre all’immagine che ci siamo creati o che gli altri ci hanno affibbiato, c’è qualcos’altro. Potremmo scoprire che non è così brutto cambiare idea, e meravigliarci di quanto questo non significhi necessariamente andare contro a tutto quello che abbiamo sempre sostenuto.

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