Una scacchiera in miniatura, con un pezzo che non sta in piedi. Blocchi per appunti di tantissimi colori e formati. Solo uno consunto dall’uso, il più piccolo, quello che io non sceglierei mai perché a me servono superfici enormi per abbozzare anche solo un copy. Lui invece ha una calligrafia compatta, spigolosa, che peggiora coll’andare delle parole e poi boh, torna come prima, si riassesta. Poi una pianta dalla salute cagionevole che quest’estate stava per guadagnarsi l’estrema unzione e invece è sopravvissuta. Una metafora di qualcosa, dico io. Le cuffie, le polaroid, la lampada che mi ha rubato ma non glielo dico, i cavi, il portapenne, il tappetino ergonomico per il mouse. Post-it ancora confezionati. Una penna a gel che scrive benissimo, quando non c’è gliela rubo sempre. Le forbici che ha praticamente solo lui in ufficio. La bottiglia dell’acqua super hipster costata un occhio della testa, comprata a Berlino. Coerenza stilistica e formale. Coerenza di sostanza, aggiungo, ma quella non l’ho colta dalla scrivania. La scrivania racconta solo pezzi. Di carattere, di avvenimenti, di aneddoti, di un mondo complesso con cui ho la fortuna di confrontarmi quotidianamente. Le mie parole tutte da ristrutturare prendono forma a circa un metro dalle parole impeccabili che scrive lui, ogni giorno. Ha un talento straordinario di cui è consapevole solo in parte. La parte che non lo sa mi fa venire voglia di abbracciarlo e schiaffeggiarlo a momenti alterni. Sono abituata a vedere il mondo percorrendo distanze enormi, scoprendo luoghi. Invece il mondo sta anche sulle scrivanie, dentro le persone, dietro ai loro occhi blu. 

Un vecchio catalogo sotto la piantana del monitor per tenerlo all’altezza giusta. Un cofanetto di legno che le ho portato da Marrakech, il portapenne colmo di QUALSIASI cosa, tranne ovviamente le penne. La Moleskine col suo nome, le abbiamo comprate insieme al Black Friday. Quest’anno lei però l’ha presa nera. Un cuscino sempre in mezzo alle palle che non tiene mai al suo posto. Troppo disordine per un metro e sessantatre centimetri di persona. Eppure che vuoi farci, ti innamori anche se non vuoi. Ti irrita con la sua lentezza ma sa sempre tutto prima di tutti. Le hanno spezzato il cuore troppe volte, ma questo non ha contaminato il suo altruismo o la fiducia nelle genere umano. Diventa rossa quando si vergogna, che per una del suo fototipo è un’apocalisse cutanea. È maldestra, rovescia sempre tutto. Ha un’inclinazione per la generosità, che le viene naturale. Quando è ubriaca parla troppo, e a voce altissima. Raramente ho incontrato qualcuno che mi facesse ridere quanto le sue storie autobiografiche. E ancor più raramente ho incontrato qualcuno così diverso da me in letteralmente ogni cosa, e l’ho amato come amo lei. Sembra fatta per vivere in un’epoca passata, eppure non riuscirei più ad immaginare questo tempo senza la sua ipocondria cronica. Vorrei proteggerla, eppure so che non ne ha affatto bisogno. Lei forse non lo sa, invece, ma la vedo prendere consapevolezza della sua forza di giorno in giorno. E mi riempio di un orgoglio che non conoscevo prima che saltellasse nel mio cuore.

La riconoscevi dalla sedia, l’unica senza braccioli. Era un disastro, c’era sopra un oggetto per ogni categoria merceologica: bicchieri vuoti, bottiglie piene, matite, penne, fazzoletti, caleidoscopi (sì, caleidoscopi). Ho sempre pensato che essere geniali implicasse esuberanza ed eccessi che per loro natura dovessero risultare sgraziati. Invece lei permea di delicatezza ogni cosa, anche quando cerca di fare la grezza vera. E in questo risiede la sua genialità disarmante, di quelle che riesci solo ad ammirare. La scrivania era lo specchio dei suoi alti livelli di distrazione, che comunque non infastidiva mai sul serio. Era una specie di gioco goliardico nonostante il suo problema fosse più vicino al patologico, Cristo che disordine. La sua scrivania è stata spostata, usata da altri, riempita di cose che non parlano di lei. Ora ci lavora qualcun altro, chissà chi. La sedia senza braccioli non l’ha voluta nessuno e vaga per l’ufficio come uno spettro, di quelli che non spaventano. Il suo è un ricordo esilarante, malinconico a volte, fortissimo, ma non triste o cupo. Quando ha cambiato vita, pian piano ha svuotato i cassetti, i nostri cuori e la scrivania. Alla fine portato via tutto, tranne il nostro amore per lei e il caleidoscopio. Quelli li ha lasciati qui.

La tastiera pro, quella col tastierino numerico integrato che serve solo a lei perché noi coi numeri non ci abbiamo troppo a che fare. Scartoffie con cifre, fatture, faldoni. Tutto il resto pulito, in ordine, equilibrato come la persona che è diventata: la mamma di tutti noi, quella che tutti vorremmo perché con una mano ti fa una carezza e con l’altra ti porge una sigaretta. E poi la mano della carezza si trasforma e ti mostra il dito medio. Logiche indistruttibili e momenti di follia si uniscono in uno stacco di gamba da fare invidia e una frangia tutta irregolare perché se l’è voluta tagliare da sola. Una generosità autentica, pratica, tangibile, di quelle che non se ne trovano più. Qualche oggettino di design qua e là, post-it con numeri di telefono da chiamare e cose da fare e nomi da ricordare, tutto scritto in bella grafia. La passione per la bellezza nordica, bianchissima e minimal, che cozza con tutte le carte orrende che tiene sulla scrivania. Però a fine giornata sarà tutto al suo posto, ci puoi sempre contare.

Scrivanie come storie, storie come persone. E poi motivi, ragioni, anzi Motivi e Ragioni che emergono da un abisso di domande e dubbi e scelte. Motivi e Ragioni. Per restare, per andare, per rischiare, chiedere, sacrificare, dare, tentare, abbracciare, sbagliare, sbagliare ancora, lavorare, voler rinunciare, chiedere aiuto, ricevere aiuto, ricevere anche di più, sentire il cuore che si espande e si riempie, si crepa, si aggiusta come quegli oggetti che si riparano usando l’oro nel Kintsugi. Motivi e Ragioni per credere che questo sia solo lavoro, ma non solo un lavoro. E poi i Motivi e le Ragioni si intrecciano con le storie sulle scrivanie e ci si scontrano, fino ad arrivare al giorno successivo. Al mese successivo. A due anni dopo, quando ti trovi a ricordare ogni dettaglio di quelle scrivanie, di quelle storie, di quelle persone. Sono quelle le tue vere Ragioni, i Motivi che ti hanno cambiato tutto.

Scrivanie come storie, storie come persone.

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