La metà della meta

Scribo ergo Sum: perché dobbiamo continuare a scrivere

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Tento di scrivere qualcosa di buono da diverse settimane, ma non ci riesco.

Per scrivere ci vogliono tempo, passione e qualcosa da raccontare.

Temo di avere disponibilità di tutte le cose, ma, nonostante tutto, non scrivo qualcosa di soddisfacente da un po’. Scrivo, scrivo, scrivo e a metà mi blocco: mi accorgo che in quello che sto raccontando non c’è niente di me.

Scrivere è un passatempo come un altro. C’è chi si sfoga giocando a calcio, chi leggendo un libro o guardando un film, chi fa le parole crociate, e c’è chi si mette davanti ad un foglio bianco e tenta di buttare giù due righe.

Molti scrittori di professione temono questo colore e spesso lo vedono solo per qualche secondo, prima di raccontare la storia che gli cambierà la vita, o la storia della loro vita. Ci sono libri che parlano di qualsiasi cosa, testi che vendono semplicemente perché descrivono qualche personaggio seguito o guide che ti aprono le porte del mondo promettendoti di dimagrire in 15 giorni o di diventare ricco e felice lavorando 10 volte meno.

credits: Ron Morgan

credits: Ron Morgan

Io ne consumo le pagine ma non li finisco quasi mai. È una condanna, credo. Non finisco niente, nemmeno il latte contenuto nella tazza che mi preparo ogni mattina e che ogni mattina lascio lì, infinito, a due dita di livello. Mi giustifico sempre dicendo che non è che non sia in grado di finire una cosa: più che altro, temo di finire qualcosa.

Prendo quindi la metafora del latte o dei libri non conclusi come la vita: se finisce non ho più la curiosità di riprenderlo in mano il giorno dopo, se finisce è solo buio.

Mi domando sempre come facciano gli scrittori di fiction a continuare a produrre racconti. Sono un po’ una nazista, in alcune cose. Quando racconti una storia, per farmela sentire, devi esserci dentro tu, in qualsiasi cosa. Credo sia per questo motivo che ci fissiamo con alcuni blogger, autori o personaggi.

Guardo dentro questa casa e vedo ovunque Alice nel Paese delle Meraviglie, i libri di Tim Ferriss e Stephen King, scritte sui muri di citazioni famose in miscellanea. Se mi conosci ed entri qui, non puoi avere dubbi che questa sia casa mia.

Sembra una frase fatta, o una stronzata da motivatore che cazzia la rete indicandoci la via, ma questo è reale. Mettere noi stessi in ogni riga è il male necessario per essere soddisfatti. Non solo sono le nostre parole, le nostre abitudini ed i nostri gusti: questi siamo noi in un’ipotesi o quello che avremmo voluto essere in una vita parallela.

Continuare a scrivere di noi significa denudarsi davanti ad uno sconosciuto. In un mare magnum di blogger, giornalisti, influencer e scrittori, l’unico punto di forza è la diversità meravigliosa di ognuno di noi. Anche se credi nessuno leggerà queste righe, anche se pensi che ciò che scrivi sia troppo particolare per essere compreso non ti arrendere.

Scrivere è un allenamento, ed è come giocare a basket o preparare torte: si migliora solo facendolo.scrivere-e-un-lavoro-duro

Io scrivo perché a parlare faccio un po’ schifo. Divento paonazza e salto da un argomento all’altro. Mi giustifico dicendo che in realtà è perché il mio cervello sta partorendo troppe cose contemporaneamente che faccio fatica ad articolare in un discorso.

Scrivo perché in questo modo posso non vedere la reazione di chi mi ascolta, perché non so da dove stia leggendo. Scrivo perché quando uno sconosciuto commenta positivamente mi sciolgo, scrivo sebbene rischi di sembrare deficiente.

Scrivo e sono infinitamente lunga e quando parto non smetto più.

E tu? Perché scrivi o perché non scrivi? ?

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

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