Ce l’hanno fatta, ancora una volta.
I video dello scempio efferato sui monumenti e sulle statue di Mosul, mi hanno lasciato impietrito.
Esatto, come la pietra che veniva presa a mazzate, a martellate, e si spaccava con suoni secchi, lasciando una scia fatta di polvere e detriti che esalavano echi di secoli e secoli.
Lo sdegno e la costernazione, però, anche questa volta non sono nati da una domanda esistenziale, e cioè “perchè?”.
Sappiamo perché, e la nostra conoscenza sta aumentando, assieme alla consapevolezza che deriva dall’emersione progressiva del piano mediatico dello Stato Islamico, attraverso la rete.
E’ questa infatti la via prescelta per diffondere le minacce e la propaganda virale da parte degli estremisti del Califfato.
In un crescendo che ha trovato il suo apice con la triste vicenda di Parigi, ed è poi continuato con uccisioni di massa, decapitazioni, gabbie infuocate, torture e cani sciolti che non aspettavano altro che gli inviti ad unirsi alla lotta contro l’Occidente, siamo ora approdati alla deturpazione del patrimonio artistico e culturale.
A Mosul, centro nevralgico e cuore nero dei sediziosi, si sono accaniti sulle statue Assire, legate alla storia mesopotamica, una delle cosiddette culle della civiltà.
Proprio in queste ore, poi, sono giunte altre notizie di brutali devastazioni perpetrate presso il sito archeologico di Hatra, altro patrimonio artistico dell’umanità di valore inestimabile.
I guerrieri barbuti non tollerano che esista qualcosa oltre all’impostazione socio – politico – religiosa più estrema del Corano, e vogliono demolire ed abbattere quanto è sorto prima e quanto potrebbe nascere un domani.
Questa profonda ignoranza, questa assenza completa di comprensione del valore storico, oltre che umano delle proprie azioni, potrebbe sconvolgermi, ma non ci riesce, perché ormai è chiaro l’obbiettivo ed il pensiero del nemico.
I militanti dell’IS desiderano una realtà priva di passato e di futuro, vogliono elidere ogni manifestazione che sia estranea alla loro visione del mondo, un mondo che dovrebbe sottostare alle loro regole.
Eppure, mentre la campagna di diffusione virale dei messaggi di terrore prosegue a vele spiegate, non riesco a rimuovere quella pulce molesta che si è insediata nel mio orecchio, e non se ne vuole andare.
E’ vero, abbiamo a che fare con un nemico che difficilmente possiamo realmente comprendere, in quanto appartenenti a mondi diversi, ed è altrettanto vero che questo nemico agisce cercando di imporre, con la violenza e l’orrore, la propria distorta e personale visione.
Poi però ricordando le cosiddette primavere Arabe, ed osservando gli ultimi sviluppi di quella ventata di cambiamento e ribellione e tornando indietro all’Afghanistan, e ancora prima alla guerra in Quwait negli anni 90, sorge spontanea una riflessione.
Come si è comportato il cosiddetto Occidente civilizzato, portatore della bianca luce del progresso, nei confronti del medio oriente?
Non serve essere dei fini strateghi o degli illustri politologi, per accorgersi che gli interessi attorno ai giacimenti petroliferi sono stati il sale delle operazioni belliche e politiche dell’ultimo ventennio.
Abbiamo davvero offerto gli strumenti e le conoscenze adeguate per consentire alle popolazioni di comprendere cosa è una democrazia, prima di provare ad applicarla?
Abbiamo mai ipotizzato quanto sarebbe potuto essere difficile trasmettere tali conoscenze, sempre che fosse possibile farlo?
Come potrebbe sentirsi una intera area geografica, osservando attraverso le riviste ed i televisori prima, e tramite la rete poi, un mondo alternativo, opulento, volgare, sprecone, dove ogni valore assume connotati relativi ed i confini dell’etica e della morale sfumano, in cinquanta differenti declinazioni?
Siamo davvero sicuri che quello in atto sia uno scontro di civiltà?
E se fossero entrambe, pur in modo molto diverso, Incivilità?

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