Oggi vorrei soffermarmi su un tema più “leggero” del solito, un tema sulla bocca di tutti e che si è diffuso a macchia d’olio, in maniera più o meno consapevole.
Sto parlando della Selfie-Mania, ossia dell’insopprimibile impulso che nasce in capo a giovani e meno giovani: è sufficiente uno smartphone di ultima generazione per potersi esibire nella forma di autoscatto più semplice ed immediata di sempre.
Vediamo scatti banali, che imprimono nella memoria dei dispositivi scene di vita ordinaria: sui mezzi di trasporto, a lavoro, a scuola, particolarmente gettonati poi sono divenuti i pasti della giornata, vero e proprio feticcio dell’autoscatto social.
Abbiamo poi osservato una (inevitabile) deriva “osè” del fenomeno, con situazioni archetipiche quali la foto in intimo davanti allo specchio del bagno di casa, le foto ai vari lati “a/b” (ogni volta che ne sento parlare, mi vengono in mente le musicassette, chiedo perdono) per mettere in mostra la mercanzia meglio che al mercato rionale sotto casa, e poi siamo passati alle derive più inquietanti, quali l’ hashtag #aftersex.
Non serve troppa immaginazione: praticamente l’impronta visiva della “quiete dopo la tempesta”.
Il selfie vero e proprio, però, è costituito da un autoscatto che ritrae il volto della persona, o la figura intera davanti allo specchio.
Pensate che, negli ultimi tempi, si era persino sviluppata la moda di effettuare autoscatti con il volto ricoperto di scotch trasparente, per deformarsi il viso.
Divertente, nevvero?
Al di là delle varie tipologie e situazioni che possono individuare od essere immortalate da uno scatto, che cosa si nasconde dietro questa tendenza così virale e di così semplice attuazione?
In poche parole, cosa accade nella mente di chi sente il bisogno di “scattare” in ogni momento della giornata?
Come spesso accade, anche gli scienziati dall’altro capo dell’oceano si sono posti il dubbio esistenziale, e le testate on line hanno iniziato a parlare della “Selfite” come una vera e propria patologia comportamentale.
In poche parole, in base al numero dei selfie che vi scattate e postate sui social ogni giorno, potete rientrare in diverse fasce di “malattia”.
La fascia più “sana” è composta dai Selfitis-Borderline i quali si scattano almeno 3 foto al giorno, ma poi non le pubblicano (timidoni!).
L’estremo opposto, invece, è rappresentato dai Selfitis cronici, quelli che scattano e pubblicano più di 6 autoritratti ogni giorno.
Secondo “gli studi”, i “Selfisti” più acuti sarebbero affetti da importanti carenze di autostima, e l’impulso a produrre e sdoganare i propri scatti al mondo intero, ne sarebbe la manifestazione evidente.
Nel mio piccolo, lentamente, ho cominciato a costruirmi la mia personale opinione in merito al fenomeno, che si discosta dalla semplice visione comportamentale di questo.
Tutto parte dal modo in cui vengono vissuti i rapporti interpersonali.
Nella realtà aumentata che ci troviamo davanti, credo che almeno il 50% delle relazioni di un essere umano tra di 18 e i 30 anni siano ormai filtrate dai social network.
I social fungono da finestra costante e continua sulle vite di tutti i nostri friends.
Possiamo sbriciare le loro abitudini, preferenze musicali, culinarie, finanche sessuali, semplicemente scorrendo la loro bacheca.
Anzi, ormai non serve nemmeno più farlo, visto ogni azione compiuta dai nostri amici digitali ci viene notificata in tempo reale.
Tutto già visto e già sentito, verissimo, quindi perché stupirsi della mania degli autoscatti?
Questi  non sono altro – all’interno della cornice sopra descritta – che elementi costitutivi della vita che portiamo avanti parallelamente, quella che sta a cavallo tra la nostra identità reale e il nostro alter ego digitale.
Scattarsi una foto e condividerla sui social equivale ad un classicissimo “scatto-dunque-sono“.
Fotografo me stesso, cristallizzo un frammento infinitesimale della mia essenza ed esistenza e lo immetto in un flusso che costituisce parte integrante della mia vita.
Lo faccio accedere al network della “onniscienza”, alla fonte di tutte le notizie, dei gossip, dei collegamenti immediati e diretti per mezzo di un “click”.
Divento protagonista, a mio modo, del mondo.
Acquisto visibilità, incremento il mio status-virtuale, e concedo allo stesso tempo libero accesso ai contenuti che riguardano la mia persona, a chiunque li volesse consultare (volente o nolente).
Risulta così verosimile che i selfisti più compulsivi, quelli che puntano l’obbiettivo della fotocamera verso ogni oggetto, situazione e lo fanno in ogni circostanza, probabilmente sentano il bisogno di farlo per cercare di riempire dei buchi nella loro identità.
Che questa sia reale o digitale, poco importa, visto che ormai tendono a sovrapporsi e compenetrarsi.
E’ possibile che lo facciano alla ricerca di “likes” per rafforzare la propria autostima, o perché desiderosi di attenzioni, ma potrebbero benissimo farlo per affermare “hey, ragazzi, ci sono, sono qui, mi vedete? sono nella community pure io, sono dei vostri”.
In poche parole, il Selfie non è un fenomeno che deve stupire, o angosciare.
Ma è semplicemente un tassello inevitabile dell’evoluzione di intendere i rapporti umani che passa attraverso le macchine, e non più solo attraverso gli occhi e la carne.
Farsi un autoscatto in un momento felice, vanitoso, depresso o godereccio, equivale a raccogliere un minuscolo frammento di noi stessi, a catturare una traccia della nostra sostanza estetica ed etica, e adagiarla in uno spazio infinito e immortale.
Il selfie, nella sua disarmante ed immediata accessibilità, abbatte le barriere dello spazio e del tempo, per creare fredde ed immediate connessioni con le altre persone, che per mezzo di una notifica visiva e sonora riescono a fuoriuscire dallo schermo ed aiutano a combattere la nostre più grandi paure: restare soli, ed essere dimenticati, svanito ogni impulso vitale dal nostro corpo analogico.

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