La fine e l’inizio

Pensavo che raggiungere l’altro capo del Mondo, gli antipodi, avrebbe, per un pò, saziato la mia sete di libertà e curiosità… ma forse dodici ore di fuso e migliaia di chilometri da casa sono solo l’ennesimo trampolino per qualcos’altro, come sempre. Dovevo aspettarmelo.

Ho trascorso gli ultimi sei mesi nell’inverno più lungo mai affrontato, adesso basta. Abbandonata la Nuova Zelanda mi sono lanciato nel Pacifico vero e proprio: sono nel Regno di Tonga, a Nuku a’lofa. Fa caldo.

22.o9.17, Christchurc, Isola Sud, Nuova Zelanda, ultima tappa del WHV (il mio visto).

È mattina presto, piove, fa freddo. Il calendario dice che l’inverno è finito… mi sa che si son dimenticati di avvisare i piani alti. Raccolgo i miei due zaini, lascio l’ostello e mi incammino. Bus, aeroporto, volo, Auckland. Qui ho circa quattro ore di scalo; mi appoggio alle valigie, in un angolo. Il fatto di aver vissuto e lavorato al freddo e nella neve per mesi, ha drasticamente influenzato il mio ridotto guardaroba: maglia pesante, giacca, pantaloni lunghi, calze di lana e non uno bensì due paia di scarponi, uno dei quali in gorotex ramponabili, che con il peso di circa 3kg, mi saranno sicuramente utili nei prossimi giorni, sulla sabbia di un’isola tropicale.

Nuovo decollo, atterro a Nadi, isole Fiji. È sera. Riparto l’indomani. Ho prenotato in un ostello poco lontano dall’aeroporto, comunque sulla spiaggia. Afa, camerata da sedici (nuovo record personale); almeno ci sono i ventoloni.

Non mangio, ma bisogna pur provare qualcosa di tipico quindi: Fiji Gold e Bitter, la birra dell’isola. Per sicurezza ne bevo 5l… La tavolata che mi si è formata attorno racchiude una decina di nazionalità ed infinite esperienze. Termino la serata parlando di evoluzione con uno scienziato delle Haweii; quanta saggezza sul fondo delle bottiglie!

Mattina: rimpianti e litri d’acqua. Per scaramanzia ricontrollo l’orario del volo, due ore prima di quello che ricordassi. Preso in contropiede schizzo fuori e mi catapulto all’aeroporto. Sono comunque enormemente in anticipo, e l’aereo è in ritardo.

Le Fiji viste dall’alto sono splendide; isole ed isolette verdi, abbozzi di atollo. Sorvoliamo un fiume che serpeggia placido in pianura e si tuffa nell’oceano. Al tramonto, qua e là, falò. Il sole tra le nuvole a noi parallelo.

Volo tranquillo, atterraggio un po’ “lungo” e l’amico tongano seduto al mio fianco mi fa: -A momenti finiamo in acqua…- (parafrasando).

Il B&B che ho scelto è fuori dal centro di Nuku a’lofa, un po’ troppo forse; si pone il dilemma se camminare per km in infradito, che odio, o in scarponi da montagna, che tra l’altro con i jeans linghi “tirati su” fin sotto il ginocchio e la canotta, fan la loro porca figura! Ma ci penseremo domani, sono stanco.

Il verde e il blu

Big Mama Yacht Club recita la scritta sul relitto ruggine di fronte a me. Ne spunta dall’acqua solamente la prua, batte bandiera rossa e bianca di Tonga. Sono sulla piccola isola Pangaimotu, pochi km a largo di Tongatapu. Un piccolo bar/ristoro di fronte al molo di legno accoglie i turisti: tavoli e panche colorati, barsò di foglie di palma e conchiglie ornamentali penzolano qua e là.

Faccio il giro dell’isola a piedi nudi in un’ora (l’ultima isola di cui ho fatto tutto il giro è stata l’Australia e ci ho messo undici mesi, in macchina…).

A pochi metri dalla spiaggia palme e mangrovie e niente più.

Passo il secondo giorno cercando di organizzare un po’ la settimana e cercando di capire come muoversi su quest isola. I bus passano ma non hanno orari né pensiline, i taxi fanno sempre tariffe diverse per le stesse tratte ed affittare una macchina costa troppo quindi cammino, cammino un sacco. Tra l’altro: sei mesi con gli scarponi, tutto a posto; due giorni con le infradito, fiacche…

Nuku a’lofa è la capitale del Regno di Tonga, cittadina piccola e sparpagliata, il centro raccoglie qualche bar ed alcuni negozi colorati che a me sembrano tutti uguali. Piacevole il mercato coperto della frutta e dell’artigianato. Gira qualche turista, qualche. É più avanzato del classico paese in via di sviluppo, il turismo come traino dell’economia.

È meno economico di quanto mi aspettassi, d’altronde devono importare quasi tutto.

La gente è sorridente, impacchettati in camicie e vestiti variopinti. Anche gli uomini con lunghe gonne a volte con una larga cintola di foglie intrecciate. La media, per le strade, è molto giovane.

Nella prima vera e propria giornata di sole affitto una piccola moto. È il momento di esplorare l’isola. Maglietta e pantaloncini non sono una scelta troppo saggia e la crema solare non basta: traditrice! Nonostante il pit stop a metà mattina per cambiare i vestiti sono bello che abbrustolito, ma questa è un’altra storia, una di tante.

Ho una mappa stilizzata dell’isola ripiegata nel sotto-sella, non che serva a molto; ci sono tre strade principali, il resto sono tangenti o parallele sterrate senza cartelli (né nome, se per questo), quindi si va alla buona.

Le coste sono frastagliate, alternano alte scogliere rocciose a spiagge di corallo. Per quello che sono riuscito a vedere, la barriera occupa quasi ovunque i primi 50/100 m di mare. Degni di nota, sulla costa ovest, i Blow Holes, letteralmente “buchi che soffiano”. Sono formazioni coralline a qualche decina di metri dalla riva. Formano una lingua, un anello che separa l’oceano aperto dalla laguna. Quando le onde si infrangono sulle “rocce”, l’acqua penetra nelle varie aperture fino a trovare uno sfogo verso l’alto, dando vita a quelli che sembrano dei continui, piccoli geyser.

Le strade asfaltate sono talmente piene di buchi che è quasi meglio guidare su quelle sterrate.

Avevo un po’ sottostimato le dimensioni del posto… per fortuna non ho affittato una bicicletta.

Le palme a bordo strada ricordano lampioni, a intervalli regolari tra i campi di tuberi.

Mi imbatto in un cartello che recita: Anahulu Cave. Tra afa e pelle che brucia, delle grotte sono terribilmente allettanti. Sembra una di quelle caverne che hanno visitato tutti almeno una volta nella vita: profonda, stalattiti e stalagmiti qua e là e formazioni calcaree che a me ricordano alte figure incappucciate o i bei vecchi fantasmi da lenzuolo. Un continuo stridio annuncia la presenza di pipistrelli sul soffitto. Osservando meglio noto che in realtà sono uccelli, nidificano sulle pareti. Come si orientino al buio non so. Sul fondo della grotta un piccolo laghetto di acqua dolce, circondato da lugubri statue di sasso naturali, il soffitto una distesa di punte, il fondo a farne la controparte. Nei tour delle varie caverne come questa, in giro per il Mondo, a questo punto ci si gira e si torna indietro, qui no; o almeno non prima di un bel tuffo! L’acqua è fresca e terribilmente calcarea. Nuoto facendo lo slalom tra le stalagmiti che emergono. I pochi neon qua e là creano giochi di luce e ombre che vanno ad intrecciarsi coi riflessi dell’acqua, immobile non fosse per me. Galleggio sulla schiena e osservo i particolari del soffitto, tutti simili, tutti diversi; sembrano cesellati.

Trascorro il giorno successivo vagabondando per le strade sotto il sole del tropico con pantaloni lunghi e camicia per via delle bruciature. Il vento paventa l’arrivo di una tempesta, si fa desiderare. L’oceano, al di là della barriera corallina, appare più scuro e increspato; aspetto.

Atatai Island è la meta del mio ultimo giorno a Tonga. Una lunga lingua di terra verdeggiante circondata da un oceano azzurro agata. Un paradiso a mezz’ora di barca dalla capitale.

Un piccolo resort occupa un’estremità dell’isola: bar, ristoro ed una decina di casette/bungalow blu che si affacciano su entrambi i lati dell’isolotto; chi ammira l’alba, chi il tramonto. Appena in lontananza un piccolo villaggio di autoctoni.

Strizzo tutte le attività possibili nel poco tempo che mi rimane: kayak, snorkeling, fish ‘n chips più cocktail tropicale, bagno in piscina riva oceano. Non sarà proprio il mio genere di vacanza, ma una volta ogni tanto… Treat yourself.

Cavalloni e Leviatani

Gennaio 2017, Gisborne, Nuova Zelanda. Sono seduto al tavolo a bere con Seb(astian), nuovo socio norvegese. Tra una birra ed un whiskey mi fa : –Lo sai che a largo di alcune isole del sud del Pacifico puoi nuotare con le balene?

Cazzate!– rispondo.

Beh, era vero. Le humpjack whales, o megattere, sono una specie di balena che migra da polo a polo e spesso sceglie il largo delle coste di Tonga per dare alla luce e crescere i “piccoli” prima di dirigersi verso sud per l’estate.

L’oceano appare abbastanza incazzato; la barca sulla quale prendiamo il largo ondeggia parecchio. Scorgiamo da subito svariati esemplari di balena qua e là: a volte ne spunta il dorso, con una pinna caudale abbozzata, a volte la coda, maestosa, che sparisce tra le onde. In qualche caso le vediamo emergere per metà, in verticale, per poi schiantarsi rumorosamente sulla superficie dell’acqua; le enormi pinne sembrano ali.

Proviamo spesso ad avvicinarci. Ci tuffiamo (pinne, maschera e boccaglio) ma non riusciamo mai a raggiungerle per osservarle sott’acqua. Passano quattro ore in tentativi. È faticoso, il mare non è clemente; quasi tutti gettano la spugna.

Io non sono un gran nuotatore ma non so quando possa ricapitare un’occasione del genere quindi, per Dio (!), mi ributto in acqua.

All’ultimo tentativo siamo rimasti in due. Le onde si aggirano sul metro; il boccaglio non seve più a niente, si va di apnea.

La visibilità è calata, dopo i primi 20m circa, l’occhio si perde nel blu. Me le vedo comparire davanti, una sorpresa da quaranta tonnellate. Enormi. Una madre (15m) con il cucciolo. A poco meno di 20m da me, virano placidamente. Provo a stargli dietro ma sono veloci. Guardo verso il basso; un’ombra delle dimensioni di un pullman passa sotto di me: è il maschio che fa da scorta. Pochi secondi e spariscono nella corrente.

Sono così stupefatto che quasi mi dimentico di riemegere per respirare. Non so quante cose nella vita di una persona possano suscitare una tale emozione. Sono estasiato, incredulo, mi sento piccolo ma allo stesso tempo potente.

Con la marea

Sabato 30, aeroporto internazionale di Tongatapu, torno a casa o meglio, comincio a tornare. Tra voli e scali eterni arriverò a Milano il 4 Ottobre, la mattina (almeno…). Tongatapu, Nadi, Auckland, Chrischurch, Auckland (ho fatto un po’ casino coi biglietti), Doha, Milano. Questo posto è troppo dannatamente lontano!

La gente di questo lato del pianeta sogna di vedere l’Europa, le sue città, riviverne la storia. Noi sogniamo di sdraiarci su spiagge tropicali di isolette sperdute nel Pacifico sorseggiando latte di cocco. Più è lontano e diverso, più ci affascina e ci attrae.

Non so se mai tornerò, difficile, ma data la mia vita negli ultimi anni, non dò nulla per scontato. Di sicuro cercherò di visitare qualcun’altra di queste nazioni sperdute nell’Oceano. La vita qui è semplice, rilassata e la gente sorride sempre, ovunque. La sensazione che mi dà è quella di guidare una bici monomarcia in pianura, con una fresca brezza, una domenica di primavera; vai piano ma non fai fatica, sei rilassato, ridi.

Le ultime gocce

Qualche personaggio caratteristico incontrato lungo la via:

Tipiloma, originario di Tonga, vive ad Ouckland, USA, da sempre. Scambiamo quattro chiacchiere al bar, non sembra esattamente un tipo raccomandabile, ma è simpatico. Come scopre che sono italiano mi dice di aver avuto una fidanzata mia connazionale, un tempo, di cognome faceva Giannini. Grasse risate. Mi lascia i suoi contatti, nel caso passi per Ouckland…

La sera passata alle Fiji, seduto al tavolo con me c’era questo ragazzo barbuto, brasiliano. Vive in barca a vela; lavora sei mesi l’anno in patria, poi prende la barca e gira le isolette del Pacifico per i restanti sei, bevendo e surfando. Che vitaccia.

Per quello che ho visto, i tongani, sono una delle poche “razze” che abbia incontrato durante i miei viaggi nella quale gli uomini siano, in media, più belli delle donne. I caratteri oceanici appaiono meno marcati o semplicemente calzano meglio agli uomini, e la stazza robusta gioca a loro favore. Stazza che li accomuna alle donne alle quali, però, dona un po’ meno.

Un turista mi dice che, dall’ultima volta che visitò l’isola, negli anni ’70, il posto non sia cambiato molto. Questo mi rincuora abbastanza. Evidentemente non tutti sono disposti a svendere la propria terra e cultura in nome di soldo e globalizzazione.

                                                                                                                                                                                                     Mattia

                                                                                                                                                                                         Sett/Ott 2017

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