Come qualcuno di voi potrà aver intuito non sono un grande amante della Tv, ma ascolto assiduamente la radio.
Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di ascoltare uno spot che fa più o meno così :

Noi abbiamo vissuto meglio dei nostri padri e i nostri figli dovranno vivere meglio di noi. I loro sogni sono la nostra responsabilità.

Ogni volta che sento questo semplice slogan pubblicitario, la mia espressione è la medesima: una maschera di gomma che trasmette l’ibridismo tra costernazione e rassegnazione, sarcasmo e ironia.
Come può davvero essere credibile un simile slogan?
Esiste davvero qualcuno che ci crede ancora?
La mia mente, processando e rielaborando istantaneamente informazioni, accosta quasi naturalmente a questo slogan, squisitamente decadente e dolcemente sgangherato, quello del film di Paolo Virzì, al quale ho accennato qualche articolo addietro.

Abbiamo alzato la posta, ci siamo giocati tutto, anche il futuro dei nostri figli. E adesso, finalmente, ci godiamo quello che ci spetta.”

Come possono queste due realtà essere anche solo lontanamente conciliabili?
E non parlo dei desideri, delle aspirazioni, del punto di partenza di questa storia.
Parlo dei soli risultati evidenti e crudi che ci ritroviamo a fronteggiare nel quotidiano.
Forse parlo così perché ancora non ho sfondato la soglia dei trenta, e potrei essere considerato troppo giovane per fare certe coraggiose asserzioni, ma ho il brutto vizio di essere una persona schietta e sincera.
E in questo senso credo di poter affermare che il “nostro futuro”, non è cosi precario, difficile e incerto solo per colpe che ci appartengono.
Quando sento i politici, anche i più “freschi“, le cosiddette nuove leve, che esprimono concetti altisonanti e parlano di come risollevare l’Italia e di come farla uscire dalla crisi, di quanto siano preoccupati soprattutto per la disoccupazione giovanile, un sorriso sbiadito mi attraversa il volto.
Davvero siete preoccupati per i giovani?
I giovani che fino ad ora non hanno contato nulla?
I giovani il cui peso specifico in termini elettorali, nel paese più vecchio d’Europa, ha sempre rivestito uno scarso motivo di interesse?
I giovani ai quali ci si riferisce sempre come un “problema”?
Problema disoccupazione giovanile“, “in crescita il problema giovani“, “boom dei neet, giovani che non studiano e non cercano lavoro“, “una delle questioni da risolvere, dopo il far ripartire l’economia, è quella dei giovani“.
Già, le generazioni che avanzono sono, per lo più, considerate come un problema.
Non una fonte in grado di apportare nuove energie, forze fresche, idee ed occhi in grado di leggere la realtà ad una velocità di crociera doppia rispetto a quella alla quale sono abituati gli esperti filibustieri del fu piccolo mondo antico.
Non come una materia prima da incoraggiare, alla quale fornire gli strumenti adeguati per potersi plasmare a seconda delle rispettive attitudini, caratteristiche e capacità.
I giovani sono un “allarme“, una sirena col lampeggiante mezzo scassato, ancorato ad una dimessa autovettura di seconda mano che corre col freno a mano tirato e arriva per ultima sulla scena del crimine.
Quando non resta altro da fare che riordinare i reperti e riportare la strumentazione al deposito, senza fare casino.
Un paese che pensa di poter tornare ad essere competitivo trascurando l’istruzione, la ricerca e gli investimenti è come un bambino che cerca di costruire un castello di sabbia in mezzo al deserto e senza acqua.
E’ semplicemente impossibile.
Un paese composto da schiere di ragazzi che hanno studiato, che si sbattono, magari anche con ambizioni e sogni (che servono per tenere acceso il cerino che ci da la carica ogni giorno).
Coetanei che lavorano con vigore ed energie, pur sapendo che non potranno pianificare a puntino la propria vita pensando ad una bella casa, a una famiglia, ai capelli bianchi e al dolce tepore della pensione.
Questo non è solo uno scarto generazionale.
Questa è la rappresentazione di una scarsa lungimiranza, di un guardare alla contingenza presente, ma chiudendo un occhio e mezzo sul futuro.
E’ mancata la volontà, manca lo spirito, l’ideale che forse hanno avuto i nostri nonni.
Quello spirito che li spingeva ad una vita di sacrifici, di duro lavoro, per consentire ai propri figli di vivere non solo in un futuro più roseo, ma in un mondo migliore di come l’avevano trovato.
Sta iniziando a svanire il tacito accordo che fondava il cosiddetto “patto intergenerazionale”, che spingeva i lavoratori di oggi ad accollarsi l’onere di sostenere le pensioni dei predecessori.
Perché percepirlo ancora come un obbligo morale?
Il fatto che la famiglia rimanga, forse l’unico, appoggio zoppicante in un sistema di welfare che ha smarrito la bussola, non basta di per sé a mantenere e generare fiducia.
Non voglio sparare a zero sulle generazioni che hanno contribuito a costruire l’attuale realtà e so che ci sono tantissimi genitori che vogliono ancora consentire ai loro figli di realizzarsi nel migliore dei modi.
Allo stesso modo capisco che gli errori spesso si commettano senza rendersene conto e partendo con le intenzioni più nobili.
Se c’è una cosa che cerco di promettere a me stesso, quando vedo questa realtà, questo paese nel quale i cittadini di oggi e di domani, stanno a stento a galla, è di non cadere nello stesso errore un domani.
Mi impongo di avere un occhio di riguardo verso quello che mi circonda, non facendomi permeare dall’opulenza o dall’egoismo buono che porta in dono un periodo florido, di crescita e ricchezza.
Devo tenermi in allenamento costante, adoperarmi per prevedere i mutamenti, per percepirli, per annusarli e assecondarli, quando è il caso.
Punto forte sulle generazioni di oggi e di domani, punto su di noi.
Perché credo che dalla sofferenza si esca sempre mutati, fortificati, e maggiormente consapevoli degli errori da evitare in futuro.
Forse non è ancora il nostro momento, ma arriverà.
E per allora sarà bene non aver perso coraggio, voglia di fare e tempra.
Continuo a sostenere qualunque nuova leva che, pur nelle dedalo delle difficoltà dei tempi, decida di continuare ad investire su sé stesso ed a pensare che può farcela, che può valere.
Ci sarà un gran bisogno di tutti, tra qualche tempo, quando dovremo rimboccarci le maniche per aiutare a ricostruire questo paese dalle fondamenta.
E sono certo che, in quel cruciale momento, non mancheremo di dare il nostro prezioso contributo.
Nonostante la nostra strada sia tutta in salita e irta di ostacoli e asperità.

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