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Resilienza: resistere non è esistere. Come imparare dai propri errori

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In principio era il multitasking. Oggi è la resilienza. Le parole chiave per descrivere le migliori skill di un candidato si evolvono e mutano in continuazione, come il contesto storico. Ma… che cosa è questa resilienza, ora che avevamo appena capito ed interiorizzato a che cosa servisse essere multitasking?

Era la fine degli anni ’10 di questo pugno di anni dall’inizio del 2000. C’era stato il Millenium Bug, e tutto sommato sembrava andare tutto per il verso giusto: si produceva, si vendeva, si guadagnava e le aziende avevano bisogno di persone che sapessero fare più cose contemporaneamente. Che non si sentissero da meno se la mattina avessero dovuto stampare 100 fotocopie e il pomeriggio architettare la nuova rivoluzione. Serviva gente volenterosa, desiderosa di imparare, che sapesse parlare inglese e caricasse i bilici, in caso di necessità.

Poi, qualcosa è cambiato di netto. Si produceva meno, si vendeva meno, si guadagnava meno e si è capito che i multitaskers – quelli che all’età di mio papà si chiamavano factoctum, perché in realtà non sapevano fare niente – non erano più necessari. Serviva gente che sapesse reinventarsi, in un periodo in cui non c’è più stato niente di così scontato.

Resilienza è un termine che ci viene prestato dalla fisica dei materiali: significa resistere agli urti.

Il termine è piaciuto molto anche agli psicologi: è la capacità di affrontare un disagio, un trauma, una situazione stressante. Partire da zero e costruire un castello dalla cenere rimasta. Oggi è una parola utilizzatissima e costa 48€ se stampata su una maglietta venduta da Gianluca Vacchi, 03ma prima di entrare nel business, sotto mentite spoglie, esiste già dai tempi della Bibbia. La chiamavano “Araba Fenice”. Darwin la chiamava “Selezione Naturale”, nel marketing la chiamiamo “Exaptation”. Suona più semplice adesso?

Lo spirito di adattamento è un valore innato insito in ogni animale, in ogni vegetale ed in ogni essere umano. La capacità di evolvere evolve all’interno della nostra vita.

Che cosa vuol dire però, nella pratica dei giorni nostri, in cui lo scopo non è più sopravvivere ma vivere, essere resilienti? Come capire se stiamo sviluppando questa skill fondamentale, per non alzarci tutte le mattine e chiederci “ma perché?”

  • Essere resilienti non significa non essere mai tristi né non conoscere mai la sconfitta o lo stress.

Per favore, no. Siamo essere umani e dovremo rimanerlo, fino alla fine della nostra presenza su questa Terra. Essere resilienti significa prendere in mano i cocci della sconfitta ed incollarli uno ad uno, senza preoccuparsi si ottenga la stessa forma precedente. A volte buttare i pezzi può trasformare un vaso in un piatto, che è di gran lunga più utile. Getta le ostruzioni e guarda più in là.

  • Essere resilienti non significa non sbagliare mai. 

Ti ricordi quella volta che giocando a fare le scivolate, in palestra, da bambino, ti sei schiantato contro uno dei pali della porta di calcio e ti sei aperto il mento? L’hai rifatto? Non credo. Essere resilienti significa sbagliare sempre.

Chi non ha mai sbagliato non ha mai provato niente di nuovo, dicono.

Io aggiungo che nemmeno ha potuto imparare la lezione.

  • Non sono problemi, sono opportunità. 

Quante volte ti è capitato di aver voglia di mollare tutto e quante volte sei rimasto? Troppe, vero? Potrebbe non essere un atteggiamento corretto. Trasformare un evento negativo in un’opportunità di crescita è uno stato solo mentale. Prendere un palo in faccia che ti sgretola i denti e contemporaneamente i tuoi sogni ti pone al centro di una nuova realtà. Quante altre porte sul muso sei disposto a prendere prima di reagire? Ne vale la pena?

  • fenice-2aEssere resilienti non significa essere (solo) dei sognatori.

Niente è campato in aria. Non è che per dimostrare resilienza devi vivere di batoste e carpirne solo gli aspetti positivi. Non sei in una favola, sei nella realtà. Ed è giusto che se la tua strada è disseminata di sacchi di merda la pianti di pestarla e cominci a pulirla. Più bastonate subirai, più ti adatterai e più ti sacrificherai, incolpando perennemente terzi e mai te stesso. Non devi resistere. Devi esistere.

  • Essere resilienti non significa (solo) programmare.

(Ri)Salire su una barca capovolta in mezzo al mare in tempesta non è proprio una passeggiata. E’ necessario studiare un piano specifico per sprecare meno energie e tempo possibili per rimbalzare nell’attimo esatto utile. Crogiolarsi aspettando che arrivi la soluzione da sola non serve a niente, né tantomeno affannarsi per trovare la spinta immediatamente. Organizzare un piano (a breve termine, signur, a breve termine!) può rivelarsi la migliore delle tecniche per reagire. Ricorda però che il primo piano quinquennale durò 4 anni, e l’ultimo uno solo. È plausibile tu ti possa svegliare diverso da stasera proprio domani mattina, ma se fra 5 anni tu fossi lo stesso di oggi saresti l’estrema antitesi della resilienza.

Non stiamo pretendendo di essere dei fili di ferro, tanto robusti e flessibili da poter essere piegati ma mai spezzati. Spezzarsi può rivelarsi necessario, quando la corda viene tirata troppo. Il nostro nuovo materiale sarà un elastico, capace di flettersi resistendo agli urti, allungarsi fino al massimo consentito, tendersi solo lo stretto necessario, come l’arco di un arciere che con sapiente esperienza riesce a dare la giusta direzione ed intensità alla sua freccia per fare centro e raggiungere l’obiettivo.

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