Figli delle stelle

Questo è quello che faccio. Boy George, oggi.

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Boy George torna in circolazione in questi giorni con un nuovo disco intitolato This Is What I Do. Il lavoro dovrebbe essere il ritorno in pompa magna dell’ex frontman dei Culture Club e invece si incanala in un percorso che non è quel bel meticciato reggae bianco ’80 che gli aveva fatto guadagnare il podio del pop con singoli del calibro di Karma Chameleon.

L’album è stato prodotto da gente bomba (in particolare Youth, che ha lavorato con gli U2 e i Verve) e infatti suona bene. Ma il reggaettino di Live Your Life, la prova di ballad di King of Everything con la voce da pseudo crooner, il gospel di My God e gli altri tentativi sono magrissimi. Da cartella stampa l’uomo ha dichiarato: “Questo è il primo disco che registro per conto mio, è molto eccitante, per me, avere maggior controllo sul mio lavoro: sapere di essere indipendente è davvero liberatorio. Ho voluto fare un album spontaneo e non iper-prodotto e credo di esserci riuscito. Stavo ascoltando cose come ‘Beast Of Burden’ degli Stones e mi sono riconosciuto nei suoni  e nell’attitudine degli anni 70. Ho inoltre lavorato in modo positivo. Questa volta non c’era nessun ex fidanzato di cui vendicarsi. Per me ‘Bigger Than War’ è un po’ il riassunto di tutto”.

Per chi non ricorda, nell’autobiografia del 1995 Take It Like a Man, George ha raccontato di aver auto una relazione segreta con il cantante punk/wave Kirk Brandon (The Pack / Theathre Of Hate) e con il batterista dei Culture Club Jon Moss, cui sarebbero state dedicate molte delle canzoni del gruppo. Do You Really Want To Hurt Me, uno dei più grandi successi del gruppo, sarebbe stata dedicata proprio a Brandon.

Quando c’erano le pene d’amore, la vena compositrice era nettamente superiore. Il ragazzo di trent’anni fa anche se fa la voce baritonale oggi non sorprende più, dato che proprio il timbro alto e squillante era una delle caratteristiche che ci piacevano (e ci piacciono tuttora) della sua produzione di inizio carriera. Il reggae mescolato con qualche intuizione pop lo puoi far rifare ai più bravi turnisti, ma la voce, è quello che manca George.

In un altro pezzo della cartella stampa leggiamo che nel nuovo disco “siamo andati indietro ai 70, gli anni che mi hanno formato come persona e come musicista. […] Anche se i Culture Club sono stati associati di più con gli anni 80, le nostre radici erano nei 70 – reggae, glam rock, punk rock, disco, electro. Penso che questo disco sia molto 70”.

Sarebbe già qualcosa, invece resta solo un buco nell’acqua. We Miss You Blind.

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