Oggi faccio qualcosa che non ho mai fatto prima. Anzi, scrivo di qualcosa di cui non ho mai scritto prima. Non so nemmeno perché non ne abbia mai scritto, se me lo chiedo non trovo risposta. Forse semplicemente c’è una parte di me che è pronta a parlare, dopo aver combattuto contro chissà quale forza interiore che si opponeva, che non voleva, che temeva, che si arrabbiava all’idea di aprire un vaso di Pandora che lei stessa si era impegnata così tanto a sigillare. Alla fine, però, quella forza interiore ha ceduto, alzando bandiera bianca e concedendomi di scoperchiare quel vaso per scoprire magari che non tutto ciò che c’è dentro è un male invincibile, magari è solo un fantasma che ha bisogno di sedersi a parlare con qualcuno. E allora, oggi, parliamo.

Di cosa? Di molte cose: di bellezza, stereotipi, ferite, magrezza, sovrappeso, fasi, pensieri, chili, forme. Ahia. Voglio dire prima di tutto che non sto vomitando queste parole per sentirmene dire altre, né mi allaccio (intenzionalmente) all’empowerment femminile o al body shaming o a qualsivoglia tematica di questo tipo, non sono la persona giusta, non saprei scrivere le cose giuste.

Chi mi conosce sa che la magrezza e il mio fisico non si sono mai incontrati nemmeno per sbaglio. E siccome ho diottrie sufficienti a vederlo anche io, non ho mai negato di essere (ed essere diventata) più di quello che dovrei e potrei essere, per usare un vocabolario politically correct. Il motivo? Credo sia un insieme, fra la riluttanza verso l’attività sportiva regolare e il fatto che non faccio spesso grandi rinunce in fatto di cibo, poi metteteci una prescrizione anticoncezionale non proprio al top, costituzione, sfiga, o forse no, e qualcosa che nemmeno io so. Colpa mia, colpa del fato, perché parlo di colpa poi boh; ma forse è proprio là, il problema.

In tutto ciò non mi è mai capitato di andare in un negozio di abbigliamento e uscire a mani vuote perché non entravo nella taglia più grande disponibile, al massimo mi è capitato di non entrare nella versione molto 44 della 46 di qualche marca e ho dovuto deviare sulla taglia in più. Per questo mi ritengo fortunata, mi sono risparmiata quella che avrebbe potuto essere un’umiliazione. Che poi mica lo è per tutti, vai in un negozio, non trovi la tua taglia, pace, vai in un altro negozio e la trovi, fine della storia. C’è chi la vive così. Ma mi rendo conto che per molte persone, probabilmente me inclusa, non sarebbe facile provare decine di capi e non riuscire a chiudere la zip, o i bottoni. Poi però ci ho riflettuto un attimo, e se è vero che ho sempre trovato vestiti che mi andassero bene, è vero anche che non ho mai messo piede da Tally Weijl (e non solo per una questione di taglie, vi dirò). Ok, forse il mio inconscio è un passo avanti a me, e non mi permette di esplorare opzioni che possano farmi soffrire della mia fisicità.

Che poi io mi riferisco alle taglie “grandi”, ma questo discorso può valere in ugual modo tendendo all’opposto, il trend è lo stesso, è solo la direzione che cambia. Ora, io non sono qui per parlare di brand che fanno vestiti troppo grandi o troppo piccoli. Anche perché la taglia è solo uno degli enne problemi che uno incontra quando si guarda allo specchio o deve comprarsi da vestire; proporzioni, gusti, mood del momento, necessità, le crudeli luci dei camerini, il terrore del giudizio di chi ti aspetta fuori. C’è la cosa che ti sta bene dalle tette in su ma non dalle tette in giù, quella che ti fa i fianchi stretti ma segna la pancia, quella che ieri ti stava una favola e oggi ti fa inorridire, quella del colore sbagliato, quella che non valorizza le gambe, quella che non fa spiccare gli occhi, il sorriso, i gomiti. Non è semplice, e non solo per una questione di vestiti. Si tratta della pelle che c’è sotto, della carne, delle ossa, delle forme, dell’ago della bilancia che sembra andare sempre troppo in là, troppo lontano da dove dovrebbe fermarsi. Si tratta di predisposizione psicologica all’accettazione, e si tratta di capire che quella predisposizione non è costante, per molti di noi. E dico ‘molti’, non ‘molte’, non è un errore di battitura, per Dio.

Comunque no, non sono qui per parlare del bello o del brutto o del grasso o del magro in senso lato, io sono qui per dire che capisco. Capisco mia madre che si preoccupa per le smagliature e la cellulite che segnano le mie gambe. Capisco eccome, da quando ho memoria non vado mai al mare senza pantaloncini. Le mie gambe non piacciono nemmeno a me, mamma, e sticazzi: le gambe non mi piacciono, al mare metto i pantaloncini e la chiudo là, o comunque mi sforzo di farlo.

Quello che mi ferisce, però, è che lei possa soffrire o anche solo preoccuparsi per queste cose. Sono terrorizzata e paralizzata dall’idea che lei mi veda bella solo perché sono sua figlia, o peggio che non mi veda bella davvero ma solo “bella per una che ha 10 chili più”. Un pensiero così è come un pugno dritto alla pancia, la stessa che dovrei appiattire facendo addominali. Però capisco, accetto, a volte riesco anche a prenderla con ironia. Altre mi ritrovo a piangere al buio, con le mani a coprire la faccia e le lacrime a coprire la vergogna che si alterna alla rabbia e a quella sensazione di insensibilità da anestetico, mai veramente indolore. Però, mamma, davvero, capisco.

E capisco mia sorella quando mi dice: “Anna, tu sei bellissima ma potresti essere ancora più bella”. Giuro, capisco, c’è una certa oggettività in questo. Eppure, onestamente, l’unica cosa che ha avuto un impatto su di me rispetto a quella frase è il pensiero che mia sorella sia delusa dal mio aspetto, non il fatto che oggettivamente se perdessi 10 chili sarei più figa.

Capisco chi mi vede per la prima volta e pensa che non sono male, capisco chi non pensa nulla, capisco chi pensa che sia grassa. E lo capisco perché anche io penso tutte e tre le cose, a fasi alterne.

Capisco le persone che notano i miei cambiamenti di peso, e capisco chi li ignora del tutto. A volte sono grata per i primi, più spesso per gli altri. D’altronde non si direbbe che io possa essere turbata in qualche modo dalla mia figura, credo. Cioè non sono una che esce a cena e prende per forza un’insalata, tento di viaggiare su un binario diverso. Quindi capisco che questo lato di me non si conosca, capisco che non si capisca.

Infine, capisco me stessa, capisco che ho sofferto più di quanto abbia mai ammesso per le parole che mi sono arrivate, con qualsivoglia intenzione, da chi amo e anche da chi nemmeno conosco. E capisco anche loro, gli sconosciuti. Una parola di giudizio che ti vale una risata con le tue amiche non può fare così male. Eppure, incomprensibilmente, ci riesce. Si insinua fra le paranoie e le insicurezze, lo fa e basta. Qualche settimana fa un tizio durante una situazione completamente random ha cercato di convincere una mia amica che “il suo problema erano i chili di troppo”.

La sensibilità, che sentimento strano cazzo. Ne abbiamo bisogno, ci serve da morire, e poi non la dimostriamo tutte le volte che dovremmo.

C’è un’oggettività clinica nel mio fisico, sì, dovrei tecnicamente perdere 8 chili per raggiungere il mio peso forma. Ma tutto ciò che sta intorno a quel peso, a quel dato, è irrazionale. A volte, in momenti di imbarazzante vanità e forse poca coscienza, mi vedo davvero bellissima. Spesso riesco persino a slegare il mio concetto di ‘bello’ da quello di ‘magro’. Ho raggiunto un equilibrio altamente funzionale sulla mia visione di me, degli altri e dell’estetica, e sono arrivata fino a qui senza che venisse mai demolito. Scalfito, a volte, certo. Minacciato da momenti di fragilità. Ma per il resto, cercare di capire è sempre bastato a farmi vivere ‘bene’. Abbastanza bene. Il futuro? Lo vedo come il presente. Ci saranno giorni in cui le parole dette e quelle della mente mi faranno entrare in paranoia e giorni in cui io stessa saprò scherzarci sopra. E giorni bui, e giorni in cui non avrò tempo di pensarci, e giorni allegri in cui il mio fisico mi andrà bene com’è e basta. Cercherò gli occhi degli altri, ne interpreterò lo sguardo. Saprò proteggermi, altre volte mi lascerò ferire, o guarire. Accetterò e mi arrabbierò, a volte a fasi alterne, a volte nello stesso momento. Ma più di ogni cosa, mi auguro che sarò sempre capace di capire.

Forse domani non avrò il coraggio di aprire questo articolo e rileggerlo; forse è la cosa migliore che abbia mai scritto, o forse la peggiore che amerò più di tutte.

 

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

MORE FROM ANNA BALDISSERA

ENTRA NELLA COMMUNITY