Viaggiare High in tempi Low

Quando il viaggio è una fuga dalla realtà

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“Avevo trovato la mia vocazione: la ricerca del piacere”.  E’ una delle frasi chiave di The Beachdi Danny Boyle, che ho rivisto settimana scorsa su Sky Cinema Cult in un’anonima e noiosa serata infrasettimanale… Film di 14 anni fa ma, a mio avviso, estremamente attuale. Tranquilli, non sono qui per rubare il lavoro a Marta Simonella e Alvise Wollner che qui su Gushmag si occupano di cinema in maniera ben più autorevole di me… Sono qui a parlare di viaggi e The Beach senza dubbio si colloca tra i lungometraggi cult del genere: rivederlo a distanza di anni dalla prima volta in cui lo vidi (signorina cinica e disincantata Vs ragazza spensierata, ingenua, piena di sogni e speranze) è stato senza dubbio di forte impatto e, neanche a dirlo, mi ha stimolato non poche riflessioni sulla voglia di viaggiare…e sulla crisi. Sì avete capito bene. Parlo di viaggi, ma al contempo anche di crisi economica. Perché ormai, purtroppo, siamo entrati tutti in quei tempi low cui faccio riferimento nel titolo della mia rubrica.

Viaggio come fuga da una realtà, da un mondo che non piace. Ricerca di un Eden, di un Paradiso dove vivere in armonia con la natura, e con se stessi. Rifiuto della società così come viene imposta, dei dogmi, delle regole. Ribellione. Ricerca di chi la pensa allo stesso modo. Necessità di stimoli, di emozioni, di senso. Voglia di avventura, perché si sa, spesso più il rischio è alto, maggiori sono la felicità, la soddisfazione, il gusto di esserci riusciti. Ricerca di pace, di serenità, di felicità. Fuga dai problemi, dai pensieri. Richard (Leonardo Di Caprio -mio dio che giovane…ma a ben pensarci quella faccia da ragazzino indisponente ce l’ha ancora nonostante i suoi imminenti 40 anni-) parte per la Thailandia da solo, e questo è tutto ciò che sente, e che lo muove. Lui è solo un ragazzo americano, uno sbarbatello inesperto, uno studente un po’ geek che perde ancora troppo tempo davanti ai videogame. Françoise ed Etienne (rispettivamente Virginie Ledoyen e Guillaume Canet), i due ragazzi francesi che gli fanno compagnia nella sua avventura, sono poco più svegli di lui. Insomma, apparentemente uno spettatore come me, e come gran parte di voi, faticherebbe oggi a riconoscersi in questi personaggi. Ma uso il condizionale. Trovo infatti che mai come oggi ognuno di noi trovi un poco di Richard dentro di sé. Buona parte di noi vorrebbe scappare. Dallo stress di tutti i giorni, da un Paese che chiede, chiede e non da nulla in cambio; dai telegiornali che diffondono notizie allarmiste, dai giornali che non sono più attendibili, da un’informazione che è sempre più negativa e, cosa ben peggiore, pilotata; dal lavoro che se sei fortunato ce l’hai ed è sempre più difficile ed insoddisfacente (ed ovviamente sempre meno pagato), e che se non ce l’hai fai davvero fatica a trovarlo; dalle spese continue, puntuali e salate, da Equitalia, dalle tasse, dai contributi; dal tempo che corre sempre più velocemente, da una città isterica e malata, dalle persone cattive, insoddisfatte, vuote, nervose, egoiste, frustrate, materialiste, perfide. Vogliamo fuggire da un passato che non tornerà più e da un presente che ci nausea, e da un futuro che ci spaventa. Vogliamo scappare da un mondo che ci fa vedere tutto nero, anche le cose belle che abbiamo ancora, che ci rende stanchi, stufi, vulnerabili, privi di fiducia, di speranza, disillusi, a volte addirittura insensibili. Vogliamo fuggire dai problemi, dalla mancanza di soluzioni, dal dolore, dalla paura, dall’incertezza. Alzi la mano chi non ha pensato, nemmeno per un secondo, di fare come Richard ed i suoi amici: partire alla ricerca di un posto migliore, idilliaco, ideale. Un’isola incontaminata, dove il clima è dolce, l’acqua è limpida e celeste, la sabbia bianca. No, non disabitata, tutt’altro. Abitata da una piccola comunità di viaggiatori/fuggiaschi come voi. Una vera e propria società, ma ben differente, (all’apparenza), a quella dalla quale siamo fuggiti. Lo spirito è quello rilassato di chi cerca di stare in armonia con se stesso e con gli altri. L’obiettivo è la ricerca del piacere, dello stare bene. Richard si imbatte in una sorta di comunità hippie, dove si è tutti uguali, il denaro non ha importanza, ognuno fa quello che vuole ma sempre nel rispetto dell’altro, e dove ciascuno ha il suo piccolo compito in base alle proprie capacità ed inclinazioni: chi pesca, chi cucina, chi fa piccole riparazioni, chi coltiva, chi si occupa del bucato. C’è un capo riconosciuto, Sal, ma è una figura rispettata ed accettata da tutti. Ed ogni membro della comunità ha un solo obiettivo: restare lì, così, e preservare quel luogo segreto dagli intrusi. Nessun’altro deve entrare, e nessuno deve andarsene. Nessuno deve diffondere informazioni riguardo all’isola ed alla sua comunità. E’ un mondo perfetto ma chiuso. Richard ed i suoi due amici sono gli ultimi fortunati a potervi accedere. E da lì non si torna indietro. Ci si stacca completamente dal mondo che non si vuole per abbracciare quello che si è sempre cercato.
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Ammetto di essermi sentita più di una volta come Richard, Etienne e Françoise (in verità decisamente più quest’ultima per ovvi motivi di genere e, buffa coincidenza, anche di omonimia). Quante volte, nei giorni un po’ bui, grigi, nei momenti di sconforto, di rabbia, di nervosismo, mi viene voglia di mollare tutto e scappare alla ricerca di un posto lontano, diverso, sperduto, dove vivere in altro modo, lontano dalla società in cui sono calata, dalle brutture, dai dogmi, dalle pesantezze, dalla burocrazia, dalla falsità, dalle difficoltà, dallo stress. Lontana da ciò che ci sta rendendo persone peggiori. Intraprendere un viaggio verso qualcosa di migliore, di essenziale, quasi primordiale. Per recuperare ciò che qui si sta perdendo: noi stessi ed i nostri valori. E la felicità.

Sono certa che vi siete sentiti come me almeno una volta. Ma sono altrettanto certa che, come me e come, tardivamente, i protagonisti di The Beach, sapete anche che il bene che potreste trovare altrove è transitorio. E che quella società perfetta, nei fatti, è irrealizzabile. L’isola ideale non esiste, e men che meno la comunità ideale. E non si fugge, mai, completamente. Non così. Il dolore esiste, le difficoltà ci saranno sempre, l’egoismo fa parte di noi e degli altri così come alcune delle numerose brutture che rifuggiamo. I protagonisti di The Beach lo scoprono nel peggiore e nel più violento dei modi. Noi ce ne rendiamo conto riflettendo, ragionando, prendendo spunto dalle piccole esperienze di ogni giorno. Stringendo i denti ed andando avanti, perché domani sarà un giorno migliore. O anche peggiore, quindi è meglio godere di quello che di buono abbiamo oggi…la salute, una famiglia, un lavoro, una persona che ci ama, degli amici, un tetto sopra la testa, la giovinezza, la natura bellissima che ci circonda, la pace. Almeno una di queste cose l’abbiamo, e dobbiamo cercare di andare avanti con coraggio, senza scappare. Perché si affronta tutto. Un bel respiro e avanti. Perché siamo vivi. E perché, come Richard, crediamo ancora nel Paradiso terrestre, ma sappiamo che non è un posto da cercare fuori. Perché non è dove vai, lo trovi dentro, quando senti per un momento nella tua vita di far parte di qualcosa…di un mondo, di un progetto, di una famiglia, di una comunità, di un sistema, di un qualcosa nel quale troviamo un senso. E prima di tutto, quando sentiamo di far parte di noi stessi, di essere fedeli, nonostante tutto, a ciò che siamo. “E se lo trovi, quel momento, dura per sempre”.

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