Fuori dal cinema

Perché tutti si stanno sbagliando su The OA di Netflix

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Tutti in questi giorni stanno parlando (male) di The OA, una delle ultime Netflix Original Series. Questo articolo NON contiene spoiler: leggetelo prima di iniziare a guardare la serie, se siete indecisi su quale iniziare nei prossimi giorni di vacanza. The OA è davvero una bella serie TV? Oppure The OA è davvero imbarazzante? A voi il giudizio. Io, intanto, proverò a spiegarvi perché tutti i critici si stanno sbagliando su The OA e perché le recensioni sono così assurde.

Netflix ha pubblicato tutte e otto le puntate di The OA il 16 dicembre, dopo aver rilasciato il trailer su YouTube e sulla sua pagina Facebook pochi giorni prima: avevo visto subito il trailer, senza capirci niente né crearmi alcuna aspettativa. Quello di Netflix è stato un “regalo”: una serie TV non annunciata, completamente fuori dagli schemi, audace, binge-watching puro. Se ne parla tanto in questi giorni un po’ per la repentinità nel rilascio e un po’ per i confronti – per forza dovuti – con altre serie TV originali Netflix del 2016, soprattutto Stranger Things.

Ecco, finito Westworld, ero alla ricerca insieme alla mia ragazza di una serie TV da guardare in queste serate pre-natalizie. Qualcosa di auto-conclusivo, magari. “Apriamo Netflix, guardiamo cosa c’è di nuovo.” Avevo già cancellato il trailer di The OA dalla mia memoria: non mi aveva stupito. Ma Netflix è bravissima nell’engagement dell’utente: apriamo la schermata principale, e The OA è subito annunciata come una grande serie TV da poco disponibile. “Guarda subito la Stagione 1”, ci dice Netflix.

Aspetta, facciamo qualche ricerca su Google prima. Arriva puntuale un articolo de Il Post: “I critici non sanno come prendere The OA”. Uhm, che strano titolo. Penso subito: questa serie può essere solo due cose. O un capolavoro assoluto o una boiata pazzesca. Tertium non datur? Il fatto è che la maggioranza dei critici non ha saputo inquadrare immediatamente la serie, né per genere (quindi per somiglianza con altre serie tv) né come valutazione. Come se il giudizio fosse sospeso.

Marina Pierri, giornalista di Wired, ha persino scritto: “The OA vi ricorderà “The Leftovers”, “Biancaneve e i sette nani”, il cinema gelido di David Fincher, “Westworld”, il cinema teso di Alfred Hitchcock, il cinema allucinato di Tim Burton, “Doctor Strange”, “Sense8″, “Frozen”, “Fringe”, “La vita è meravigliosa” e tutto quel che il vostro archivio audiovisivo mentale pertinente ai generi del dramma più duro e realistico, della fiaba, della fantascienza, del fantasy e del thriller riesce a evocare. Tutto assieme? Sì.” Sì, va beh: e poi? 

“Va beh, ascolta: iniziamo a guardarla, se arriviamo alla seconda puntata bene, se no cerchiamo altro”.

E così iniziamo a guardare una serie che ad ogni minuto che passa non fa che aumentare i punti interrogativi dello spettatore. Inizia con Prairie Johnson, la protagonista (impersonata da Brit Marling, anche ideatrice della serie insieme a Zal Batmanglij) che si sta buttando giù da un ponte, forse per suicidarsi. E poi comincia la storia, e poi la storia nella storia. Avrete iniziato a fare binge-watching senza rendervene conto.

The OA Netflix - Prairie Johnson

The OA è una meta-narrazione che incrocia diversi generi utilizzando le tecniche narrative della fiaba e della fantascienza, aggiungendoci un pizzico di modernità alla Fringe e alla Westworld.

The OA è una serie TV bizzarra (non imbarazzante, come hanno detto molti), anche solo perché rompe i canoni di serialità cui siamo abituati: i titoli di testa arrivano nei momenti in cui meno ce li si aspetta, le puntate hanno durate diverse tra di loro, ci si aspetta che sia tutto un crescendo invece è tutto un calando, che poi torna a crescere. Gli espedienti sono quelli della narrazione impeccabile che lascia spazio soltanto a pochi buchi nella trama (che forse verranno risolti da una seconda stagione?).

The OA non è un capolavoro assoluto, e nemmeno una boiata pazzesca. È semplicemente una serie tv da guardare perché è originale, audace, multi-sensoriale (tra movimenti, musica e dimensioni parallele questa forse è la definizione più giusta). Vi sarà difficile decifrarla, ma dopo gli otto episodi (che vi sembreranno meno) ne avrete apprezzato sicuramente lo storytelling, perché tutto alla fine torna al suo posto e il cerchio si chiude. E forse, come me, penserete che Stranger Things è in realtà sopravvalutata (con quel 9/10 frutto della riprova sociale su IMDB, ma sappiamo tutti perché vi è piaciuta: è archetipica e piena di citazioni apprezzabili per i più nostalgici), e che i critici si sbagliavano su The OA.

 

Dopo aver finito la serie, forse vorrete avere la conferma da parte di altre persone su quanto The OA non vi sia piaciuta o quanto la avete apprezzata. Beh, in entrambi i casi leggete questo, oppure se state avendo dubbi su quanto gli italiani siano faziosi, leggetevi quest’altro.

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