La metà della meta

Perchè la nostra generazione sembra sempre triste.

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Si dice che la generazione nata tra la fine degli anni 70 e l’inizio dei 90 sia di sottofondo sempre un po’ triste.

Ci chiamiamo “Generazione  Y”.

Ho cercato a lungo il perché di questo termine, ma sembra solo sia un modo di dire, un nome che ci siamo dati per differenziarci completamente dalla mentalità precedente della “Generazione X”, la generazione perduta.

Non mi piace questa spiegazione: devo trovarmene una reale.

Y in inglese è l’abbreviazione di YES ma anche di WHY e, articoli di storia economica alla mano, tutto ciò diventa semplice.

Lo scopo della vita di almeno il 90% della popolazione mondiale è solo uno: essere felice.

All’interno di “ESSERE FELICE” c’è un vaso di Pandora, ma tutto è riconducibile ad una sola formula:

FELICITÀ= REALTÀ – ASPETTATIVE

È la matematica. Se il minuendo è inferiore al sottraendo il risultato è negativo. Quando la realtà è di gran lunga peggiore delle aspettative, la felicità si riduce.

Se ciò è così cristallino, perché continuiamo a fissarci obiettivi altissimi?

Forse la colpa non è solo nostra.

I nostri genitori sono nati intorno agli anni 50/60: erano gli anni del Baby Boom. Cresciuti dai nostri nonni che hanno vissuto sulla loro pelle la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Gente con i controcoglioni ma allo stesso tempo piena di paure. L’instabilità degli anni ’30 e ’40 si instilla in loro e questa ansia viene rovesciata nei bambini degli anni ’60.

Ogni genitore vorrebbe che il figlio abbia una vita migliore della propria: la spinta dei nostri nonni sui nostri genitori è stata in una direzione univoca, un unico mantra.

STUDIA ED ABBI UNA CARRIERA SICURA.

33 milioni di persone in tutto il mondo avevano contemporaneamente 20 anni. La concorrenza era alle stelle, c’erano gli hippie e differenziarsi voleva dire “farsi un culo così”. Lavorare duro, costantemente, per avere una vita tranquilla.

L’aspettativa era riuscire ad avere una stabilità, la realtà la superò: non solo i nostri genitori ebbero una carriera sicura, ma riuscirono pure a generare surplus grazie ad un boom economico che durò 30 anni. L’equazione diede un risultato incredibilmente positivo, i pianeti parvero allinearsi perfettamente, insinuando ottimismo nelle loro menti.

Ottimismo che trasferirono in noi.

puoi essere chi vuoi, se solo lo vuoi!

[title maintitle=”Le aspettative ci fottono.” subtitle=”Perché ci chiamano Generazione Y e perché dovremmo immediatamente smettere di esserlo.”]

AMBIZIONE

Se sono speciale come dicono i miei genitori, posso semplicemente perseguire la mia passione e farne un lavoro. Non è anche il tuo, di sogno?

Non ci interessa più una carriera sicura, come interessava alla generazione precedente: ci interessa una carriera prospera.

Quello che i nostri genitori non potevano prevedere, dopo 30 anni di economia decente, era la crisi che ha investito il mondo nel 2007, spazzando via passione, lavoro e sogni di tutti.

DELUSIONE

Dal primo momento in cui metti piede nel mondo del lavoro, capisci di essere diverso dagli altri. O lo credi. Sei quello speciale e di solito sono gli altri che non capiscono un cazzo.

Come è possibile che miei coetanei abbiano creato Facebook, siano Youtubers o fashion blogger ed io sono qui a farmi spaccare la schiena per 1000€ al mese?

Quando si accorgeranno di me?

Laddove i nostri genitori sapevano che l’ambizione li avrebbe portati a mandare giù un sacco di rospi e contemporaneamente nel corso degli anni ottenere ciò che volevano, noi vogliamo tutto e lo vogliamo subito, perché sappiamo di essere speciali.

L’infografica di waitbutwhy.com ci mostra quindi un’ipotetica Lucy (nostra coetanea) ed il suo sentimento mentre guarda dal basso l’asticella del suo obiettivo fissato troppo in alto.

da waitbutwhy.com

da waitbutwhy.com

 

TENTAZIONE

Non solo c’è la frustrazione dovuta dalla differenza delle aspettative che avevamo verso noi stessi e la realtà, ma la rivoluzione digitale ci mostra una differenza ancora più elevata.

Mentre i nostri genitori potevano probabilmente solo immaginare (o al massimo leggere) delle vite dei potenti o delle modelle, oggi ciò è sotto gli occhi di tutti.

Instagram Stories, Facebook, Snapchat, i blog ci restituiscono filmati e fotografie di interi mesi trascorsi al mare, sullo yatch, cene e vini costosi, alberghi incredibili, spa, auto di lusso.

Roba che tu dalla piccola provincia di sticazzi non riesci nemmeno ad immaginare, ma che il tuo coetaneo venuto dallo stesso paesello ora vive.

Questo non fa che tirare ancora più in alto la tua asticella con l’unicorno.

La proiezione (proiezione, non realtà) del nostro ego ci gonfia più di quanto siamo, e la condivisione di ogni piccolissimo dettaglio della nostra vita è paradossale.

Dall’anello ricevuto per San Valentino alla foto del pupo che finalmente evacua nel vasino (sì, l’ho vista veramente), non c’è particolare che teniamo privato.

La linea tra far sapere agli altri di essere felice per un regalo o per un traguardo raggiunto e la boria di dimostrare di essere meglio degli altri è proprio sottile, e spesso non troppo netta.

La povera Lucy si sente inadeguata.2

 

 

Perchè Generazione Y, allora?

Y come YES.

Gli anni della nostra infanzia coincidono con quelli del boom economico. I nostri genitori sono felici e ci vogliono felici. Ci dicono che siamo o dobbiamo essere i migliori, hanno la possibilità di premiarci per ogni cosa.

Facendo richieste piuttosto semplici riuscivi ad ottenere un . Sì ad un nuovo giocattolo, sì alla gita fuori porta, sì a tutto quello che poteva supplire la loro mancanza di tempo da dedicarci.

Sì: chiedo, ricevo. Semplice ed immediato, perché io sono speciale.

Y come WHY.

Perché? Perché oggi che sono un adulto non riesco ad ottenere le cose facilmente come prima? Non sono più speciale?

Non ci arrivi al perché di tutto questo, non riesci a comprendere come mai tu no ma gli altri sì.

[title maintitle=”Le aspettative ci fottono.” subtitle=”Inverti la rotta!”]

Il fatto che tu oggi non sia ancora arrivato laddove vorresti è NORMALE. Molto probabilmente hai iniziato la tua carriera correttamente, anche se oggi la senti ancora troppo distante.

Rimani ambizioso, ma butta via il resto.

Non sei speciale. O meglio, non sei ANCORA speciale. L’esperienza ti renderà tale. L’esperienza arriverà lavorando sodo. Lavorare sodo ti renderà speciale.

Ignora tutti. Le star del cinema vanno a Malibu una volta a settimana, ma ogni volta che vengono intervistati si lamentano di come la loro vita spesso gli sia negata.

L’equazione è la tua.

Tu puoi modificare il risultato, tu puoi trasformare il negativo in positivo.

Abbassa le aspettative o migliora la realtà.

La felicità è solo una scelta.

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

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