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Le parole contano: NON chiamatelo “reddito”

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Fin da piccolo, da che ho memoria, con le parole sono sempre stato preciso, puntiglioso, pignolo. Sì, fin da piccolo mi è sempre piaciuto fare la punta al cazzo.

Questo mio disturbo si è poi acuito tantissimo alle medie, quando ho iniziato a studiare francese, lingua che merita imperitura stima per il solo fatto che continuano ad usare gli accenti anche nella forma scritta, indicando perfettamente come va pronunciata quella parola: vorrei tantissimo che fosse così anche con l’italiano, così almeno la smetteremmo di prendere in giro chi frena troppo avanti o inchioda troppo presto sulle sillabe, e avremmo una generazione (anche politica) meno frustrata.

Fin da piccolo, avrei voluto cambiare il famoso detto “La matematica non è un’opinione”. Anche la grammatica non lo è, cazzo. Le parole vanno usate in un certo modo, seguendo un certo ordine. Sui segni di punteggiatura non mi dilungo nemmeno, tutti James Joyce quando non sanno come mettere punti e virgole.

Fin da piccolo, ho imparato che le parole contano, tanto nel significato quanto (soprattutto) nel significante. Si dice sempre che la lingua italiana è meravigliosa – anche – perché è forse l’unica lingua al mondo che contiene così tante sfumature e parole diverse per esprimere lo stesso concetto.

Ecco, in realtà questo è proprio IL problema della lingua italiana, che in questo modo:

  • offre scorciatoie morali a chi vuole offendere risultando però politically correct (e no, non mi riferisco a chi fa satira o ironia);
  • offre la possibilità di distorcere completamente il significante del messaggio che si vuole trasmettere.

Nelle ultime settimane stiamo avendo una dimostrazione perfetta di questa distorsione, oltre tutto da parte di quella categoria che possiede tutti i brevetti per insegnare questa materia: la politica. D’altronde, la miglior definizione del tipico modus operandi della politica italiana la diede Tomasi di Lampedusa esattamente 60 anni fa, con l’immarcescibile: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E quindi perché non fare della mera propaganda cambiando il nome alle cose, battezzando diversamente qualcosa che già esiste? Sussidio di disoccupazione suona malissimo, per una serie di motivi:

  • innanzitutto, contempla la parola “disoccupazione”, quindi la negazione di occupazione attraverso il prefisso peggiorativo -dis: chi lo prende è disoccupato, non lavora, non produce reddito, è un fannullone, in molti casi addirittura per scelta, e questo è inconcepibile in un Paese in cui “lavoro” è l’ottava parola a comparire nella Costituzione;
  • consultando la Treccani, il primo significato di sussidio è aiuto, più avanti specificato come “aiuto finanziario dato, soprattutto dallo stato o da enti pubblici, a persone, comunità, istituzioni varie”: è così necessario che tutti lo sappiano? Non siamo forse il Paese di Pulcinella e del suo segreto, dove i panni – da sempre – si lavano in casa (tenendo le finestre aperte però)?
  • e poi sussidio è pieno di S, ne ha ben 3, che vanno ad appesantire la pronuncia creando, anche nell’effetto vocale, una sensazione di un peso morto aggrappato alle corde vocali, che orrore;
  • volendo infine donare un tributo alla regione che mi ha dato i natali e che mi vede ancora suo occupante, in dialetto veneto esiste il verbo sidiare, che potrebbe essere perfettamente sinonimo di “ammorbare”, mentre sidio è il participio (poco) presente di questo verbo, e non credo serva aggiungere altro.

Reddito di cittadinanza invece ha una musicalità ben diversa, che ti apre il cuore:

  • partiamo dal significato anche in questo caso, perché reddito significa “utile che viene dall’esercizio di un mestiere, di una professione, di un’industria, da un qualsiasi impiego di capitale”: capito? Chi percepisce un reddito è una persona che lavora, che partecipa attivamente alla costruzione del bene comune, non va quindi dileggiata!
  • e qui subentra subito la seconda meraviglia di quest’espressione, la parola cittadinanza: il mestiere che permette di percepire questo importo è la natura di cittadino, mestiere che occupa chiunque di noi sin dal primo vagito. Quanto suona premiante così? Sembra quasi che si dica: “non ti diamo un aiuto, ti paghiamo letteralmente, perché sei e fai il cittadino”. Meraviglioso!

 

Cambieranno le modalità di erogazione? Sostanzialmente no.

Cambieranno i requisiti necessari per averne diritto? Nemmeno.

Cambierà la percezione nelle persone, assumendo un’accezione decisamente meno negativa? Garantito al limone (cit.).

E perché ciò avvenga è stato sufficiente sostituire due parole, una delle quali (sussidio) viene rimpiazzata da un’altra (reddito) che appartiene allo stesso insieme semantico (quello economico) ma ha un grado di positività completamente inverso; amalgamate poi il tutto con l’impastatrice modello Populismo, e il risultato sarà quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.

In questo modo, fintanto che non verrà definitivamente approvato (assieme alle altre modifiche proposte dall’attuale governo), si rischia di creare un’illusione nelle persone, illusione figlia dell’utilizzo malsano delle parole e del loro significante, e il compianto Gianfranco Funari ce lo disse chiaramente quanto non si dovesse illudere le persone.

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