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Pallavolo-Uliveto: elogio dell’incompetenza

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Domenica 21 ottobre 2018 è stato un giorno apertosi con una nuova, ennesima polemica social, la droga del XXI secolo.

La pubblicità di Acqua Uliveto dedicata alla Nazionale di Pallavolo

Andiamo al sodo. La causa scatenante è stata la pubblicità che potete vedere qui sotto:

Acqua Uliveto, sponsor delle Nazionali di Pallavolo (sia maschile che femminile), si è voluta congratulare con le ragazze di Mazzanti, che nella finale di sabato si sono arrese – solo dopo il quinto set – alla Serbia, salendo quindi sul secondo gradino del podio mondiale. Questa inserzione è uscita su Repubblica e Corriere della Sera, generando subito lo sconcerto (volendo usare un eufemismo) di molti lettori.

Oltre ad una qualità grafica che oscilla tra l’imbarazzante e il vomitevole, a catturare immediatamente l’attenzione è stato un dettaglio di dimensioni (fisiche ma non solo) macroscopiche: la bottiglia photoshoppata in questa grafica va a coprire interamente due giocatrici della Nazionale, Serena Ortolani (veterana delle Azzurre nonché moglie del ct Mazzanti) e Paola Egonu, 19enne italo-nigeriana che ha chiuso il Mondiale al primo posto per punti messi a referto.
In un periodo storico in cui l’Italia è perfettamente divisa tra chi non vede l’ora di trovare possibili casi di razzismo, e razzisti che non sanno più cosa inventarsi per non ammettere di esserlo, la corsa all’invettiva contro il celebre marchio di acqua è stata fulminante (e io ammetto di essermi aggregato).

Possibile che uno dei main sponsor della Nazionale voglia oscurare così la Egonu, una delle atlete che più hanno contribuito a portare la squadra sino alla finale? No dai, solo un giorno prima avevano festeggiato così il raggiungimento di questo traguardo:

Razzismo o semplice incompetenza?

Da un lato, chi vuole credere ad un errore in malafede delle numerose parti coinvolte (tra l’agenzia, l’azienda e i giornali), dall’altro chi ritiene che l’errore sia troppo grande per non vederci del dolo. Per fortuna Patrizio Catalano Gonzaga, direttore marketing e media del gruppo Uliveto Rocchetta è intervenuto tempestivamente a placare gli animi, rilasciando la seguente dichiarazione proprio al Corriere della Sera: «Siamo sconcertati e amareggiati dal fatto che ci sia stato imputato un atteggiamento discriminatorio. Lo scatto è d’archivio e ci è stato fornito dalla Federazione. La scelta è stata casuale. Come si può verificare sui nostri account Instagram o Facebook o guardando le precedenti pubblicità, sono sempre presenti tutte le atlete. Cerchiamo semplicemente di alternare le foto».

A queste, si aggiunge poi un comunicato ufficiale del brand, rilasciato nelle ore successive nella pagina Facebook:

Parole che da un lato spengono ogni accusa di razzismo, permettendo un sospiro di sollievo a coloro che mal sopportano colori diversi dal bianco ma non sono disposti ad ammetterlo pubblicamente, dall’altro fanno capire come quella inserzione sia il risultato finale di un processo fatto di incompetenza, pressapochismo e cialtroneria.

Analizziamo con calma tutti gli elementi di questo esplosivo mix:

  • la foto di base: è una foto scattata diversi mesi prima del Mondiale nipponico terminato sabato 20 ottobre, in quanto risale alla Volleyball Nations League, che si è giocata tra maggio e luglio di quest’anno. La cosa più grave? Ad inviare questa foto ad Uliveto è stata la Fipav, la Federazione Italiana della Pallavolo, ossia l’ente pubblico che più dovrebbe avere interesse a promuovere, e a farlo bene, la pallavolo italiana ed i suoi atleti;
  • il template grafico: come si può evincere dalla grafica pubblicata per festeggiare il superamento della semifinale, il template è lo stesso, standardizzato, quindi è normale che – usando quella specifica foto d’archivio inviata dalla Fipav – un paio di atlete sarebbero state nascoste. Questo è segno di scarsissima attenzione e di totale assenza di proattività: nel vedere che lo stesso template non sarebbe stato corretto, i responsabili della grafica avrebbero dovuto apportare delle modifiche, anche solo marginali, per far sì che si vedessero tutte le atlete, o provare a richiedere altro materiale alla Federazione;
  • la fase di controllo: risulta evidente come non sia stato effettuato nessun controllo in merito, ma si sia trattato di un mero copia-incolla realizzato in velocità per impiegare il minor tempo possibile, viste le tempistiche strette (ma non troppo, dato che la finale dei Mondiali è terminata verso le 14.30); anche qui, inaccettabile segnale di indifferenza e incuria da parte di tutti i soggetti coinvolti;
  • l’assenza di consapevolezza: tanto nelle parole del direttore marketing quanto nel comunicato ufficiale, non viene detto nulla in merito alla scarsa resa grafica di questa pubblicità, e questo rafforza la convinzione che solo il grafico e i lettori finali abbiano visto questo annuncio.

 

La fortuna di Uliveto è che questi casi permangono nella mente delle persone per un tempo inferiore a quello che ci hanno messo ad instaurarvisi, quindi non dovranno temere boicottaggi o fughe di massa dalla fanbase sociale (il vero driver di successo, quasi un asset da inserire nello stato patrimoniale del bilancio, per molti manager odierni).

 

P.S.: in un’epoca in cui ogni tipo di comunicazione è sottoposta al vaglio delle strettissime maglie dei filtri di razzismo e sessismo, non ci si può lamentare della velocità con cui è montata la polemica sulle potenziali motivazioni razziste, né ci si può lamentare che i brand siano ormai troppo vincolati nel comunicare ed abbiano quindi paura di commettere passi falsi. L’errore finale di quella grafica è talmente grande che certifica un’incompetenza imperdonabile dei soggetti in causa, talmente imperdonabile che per loro sarebbe stato quasi meglio essere tacciati di razzismo.

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