Quante sono le probabilità che una donna sola decida di farsi una vacanza in un paese come il Qatar? Per quanto paia improbabile, potete scommettere che qualcuno l’ha fatto. In questo caso, il qualcuno di cui vi parlerò sono proprio io, e devo dire che 26 ore laggiù mi hanno scossa più di quanto avessi previsto.

La prima domanda che ho ricevuto quando ho detto ai miei amici che di ritorno dall’Australia mi sarei fermata per poco più di un giorno a Doha è stata: “ma perché?”. Domanda lecita, lo ammetto. Le motivazioni sono state principalmente tre: un mio caro amico che non vedevo da anni vive e lavora proprio a Doha. La seconda ragione è che volando con Qatar Airways e passando per Doha avrei potuto accumulare miglia sulla mia carta fedeltà e la terza è che appena ho l’occasione di vedere un posto dove non sono mai stata, ovunque esso sia, raramente riesco a resistere.
Ecco che, dopo aver lasciato la mia amata Australia con il cuore a pezzi e le lacrime agli occhi, ho affrontato 14 tranquillissime ore di volo per approdare in Qatar. Sono atterrata alle 6 di mattina e c’erano 35 gradi fuori. Io, per tenere la valigia più leggera, indossavo ovviamente i miei abiti più pesanti. E gli UGG.
Tralasciando il disagio di essere una sauna ambulante, mi sono fatta coraggio e ho percorso i circa settemila chilometri tra il gate e l’uscita dell’aeroporto. Che poi non è un aeroporto, è un’enorme città di vetro.
Insomma, io e i miei 15 chili di bagaglio a mano siamo arrivati al controllo passaporti. Mi sono messa in fila, ho cercato di evitare gli sguardi eccessivamente inquisitori della gente e di ignorare il fatto di essere l’unica ragazza sola. Sono arrivata al bancone dove l’impiegato, vestito di tutto punto con la kandura mi ha salutata appena e non mi ha guardata nemmeno per confrontare la mia faccia con la foto del passaporto. In effetti, a fare quell’operazione ci ha pensato la webcam che muovendosi dall’alto in basso deve avermi contato le lentiggini una per una. Poi l’impiegato mi ha ridato il passaporto e tanti cari saluti. Anzi, pochi, freddi saluti.
Una volta valicato l’ostacolo, sentendomi sempre oggetto di occhiate penetranti, sono andata a recuperare la mia valigia, ho cambiato i dollari australiani in riyal del Qatar (banconote bellissime ragazzi, bellissime) e ho cercato l’area taxi dopo che una gentilissima addetta al servizio informazioni mi aveva detto che “per una persona come me non c’è altro modo di raggiungere l’hotel in modo sicuro”. Ero a dir poco confusa, ma ho cercato di fare come indicatomi. Ovviamente fra tutti i taxi verde acqua assolutamente in regola mi sono trovata ad accettare il passaggio di un autista super abusivo che mi ha portata in hotel. Una volta arrivata all’Amari il concierge si è occupato delle valigie, mi ha fatta accomodare alla reception e mi ha offerto una spremuta d’arancia. Non ho mai provato tanta gratitudine verso una persona sconosciuta.
Dopo il check-in più lungo della storia e dopo essere stata chiamata “Madam” così tante volte che ho cominciato a credere di esserlo, sono stata accompagnata alla mia stanza, che da standard era stata cambiata in deluxe, così, a caso. Ero sempre confusa, ma stavolta in positivo. La camera non la descrivo altrimenti perdiamo la giornata.
Ho trascorso la mattinata in piscina per far fronte ai 50 gradi esterni, per il resto del pomeriggio ho riposato (visto che “non è consigliabile per una ragazza girare sola in quest’area della città”) e finalmente la sera ho incontrato il mio amico. “Ti porto a fare un giro così ti racconto qualcosa di Doha”.2 Non saprei dire se sono stata più sconvolta da ciò che ho visto o da ciò che ho sentito, ma ciò che ho sentito è un po’ una storia a parte quindi cercherò di descrivervi ciò che ha riempito i miei occhi.
Il giro turistico in auto mi ha lasciata a bocca aperta perché la realtà del lusso estremo e degli eccessi si appoggia quasi con naturalezza sullo sfacelo degli edifici poveri e sulla povertà della gente comune. Le due cose sono separate ma inseparabili e so che non suona molto bene come concetto ma, credetemi, è così. Doha è due città, solo che una non la si vede mai, non la si mostra mai e soprattutto non va mai menzionata. Per il mondo, Doha deve essere ricchezza sfrenata, auto sportive, palazzi, principi, modernità senza paragoni. Inutile dire che una volta accecati dalle luci intermittenti dei grattacieli e sedotti dalla skyline mozzafiato, difficilmente si riesce a posare lo sguardo su edifici fatiscenti e persone che vivono davvero di niente. Lo stridore delle due immagini infastidisce, quindi lo si ignora e finché si può, e da turisti si decide di bearsi della bellezza marmorea di qualcosa di terribilmente sorprendente e abbagliante. La crescita e lo sviluppo di questi anni si propongono di cancellare le realtà ormai “sorpassate” dalla mappa della città e del paese ma queste realtà sorpassate sono persone, storie, vite e a nessuno pare importare, nemmeno ai diretti interessati che trascorrono il loro tempo fuori dai negozi a fumare come non ci fosse un domani. Che probabilmente non ci sarà.
Dopo il giro in macchina e la cena al MacDonald’s, io e il mio amico siamo andati a bere qualcosa in un locale proprio sotto l’hotel Hilton, e fra una storia e l’altra è arrivato il momento di tornare in hotel per una breve dormita.
Sul taxi che mi ha riportata in aeroporto ho riflettuto sulle 26 ore trascorse in quella città è mi è sembrato di aver passato il mio tempo in un mondo parallelo, un universo a sé stante che si regge su contraddizioni e rigidità, sul troppo unito al nulla. Dal non poter uscire dal mio hotel al non poter parlare liberamente con un uomo, dal Pearl con le auto più costose del mondo parcheggiate e non chiuse a chiave, dagli hotel più meravigliosi ai supermercati di quartieri, costruiti con la sabbia. La norma di laggiù è così scostata dalla norma di qualunque altro luogo in cui sia stata che davvero mi ha destabilizzata. Non impaurita o delusa, semplicemente mi ha sconvolta per l’assurdità quasi comica di quella che, per qualcuno, è normalità nel bene o nel male.
Che siano fortunati, i ricchi qatarini, a vivere in quella specie di sogno fasullo che per loro è l’unica realtà e l’unica verità? Forse.
Doha è come un agiato signore che passeggia indossando un abito d’oro massiccio in mezzo ad una folla che porta abiti di carta straccia. Solo che la temperatura esterna è di almeno cinquanta gradi centigradi… l’oro pesa, l’oro scotta.

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