Suzanne Vega l’ho rivista spesso in questi giorni sui giornali. Per la morte di Lou Reed circolavano delle foto dei veri amici del cantante americano e fra questi c’era pure lei, che nella sua pagina ufficiale dice di averlo visto nel 1979 in un concerto al Village e di aver capito da lì che avrebbe voluto cantare. È ricomparsa poi perché in questi giorni è uscito il suo nuovo disco Tales From the Realm of the Queen of Pentacles dopo ben sette anni di silenzio. Quello che è sorprendente della Vega è di come con la voce sia riuscita a costruire una personalità. Già dalla voce capivi che era completamente fuori tempo massimo, che era già un classico, un po’ come l’amico Lou. Qui c’è un video in cui Reed la intervista per il programma di MTV 120 minutes.

Se in Reed c’erano anche storie passate con i Velvet Underground a creare il mito, nella Vega quando esce nel 1985 il suo disco omonimo non c’è nulla da dire, nessun pre-giudizio che influenzi l’appeal. Chitarra, voce, qualche pad minimo, qualche effetto, ma poche cose. Come a dire che gli ’80 non sono solo fatti di neon, di pose, di moda e di plastica. La Vega riporta in auge il folk e lo storytelling, che oggi va molto di moda, però declinato sulle campagne di marketing e sulla pubblicità. Lei invece con 10 tracce racconta storie vere e sentite, piccoli quadri indimenticabili. Questo disco fa la fortuna degli aficionados. Ma è due anni dopo che esplode con due singoli e con un disco che definiscono la sua persona e il suo mito.

Tom’s Diner e Luka.

La voce roca fa capire che gli anni 80 stanno finendo. La Vega come chanteuse folk della fine-di-qualcosa. Lei che non è né bella né brutta. La ragazza della porta accanto con quel tocco francese, quella frangetta e quegli occhi azzurri intensissimi che nascondevano tantissimo. Cose che avremmo visto poi in molte delle star di Friends, quella voglia di non essere da nessuna parte e di essere dappertutto che sarebbe esplosa nei 90. Diventare famosi senza esporsi, portando avanti al massimo la propria attività. Crederci. Un po’ come tutti i gruppi shoegaze, i timidi che spaccavano. E Suzanne che spacca con questi singoli malinconico folk, l’altra faccia della medaglia.

Oggi torna con un disco che fa il suo dovere, con ballad acustiche, buoni pezzi rock e un senso di maturità da classico. In particolare il singolo I Never Wear White o l’ottima Portrait of the Knight of Wands. Qui sotto lo stream integrale da Spotify. Bentornata Suzanne.

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