Ultimamente mi sono reso conto di aver sviluppato una vera e propria dipendenza nei confronti del mio smartphone.
Paradossalmente, e mi duole quasi dirlo, era meglio quel macinino da caffè spompato del precedente apparecchio, che tanto mi faceva incazzare per la sua lentezza da lumaca da spingermi ad usarlo il meno possibile, per non logorarmi i nervi.
Ora, invece, mi sento costantemente legato da un filo invisibile al mio Lumia, ed è un legame così profondo ed immediato da risultare disturbante.
Vi è mai capitato di andarvene in giro, magari su di un mezzo pubblico, e di rendervi conto, una volta scesi, di non avere più con voi il portafoglio?
Il vostro contenitore di grano, documenti, schede varie, scomparso.
Sicuramente ricorderete gli attimi di panico ed il fiato mozzato conseguente alla scoperta.
Ora, pensate se vi capitasse lo stesso episodio molesto oggi, con il telefonino: praticamente sareste derubati del vostro mondo.
Chiunque ne entrasse in possesso ci troverebbe dentro di tutto, e potrebbe tracciare un identikit quasi perfetto della vostra persona: come tenete le relazioni, se siete fedeli, se avete dei vizi un po’ particolari, se siete malati, che lavoro fate, quali posti frequentate nel tempo libero, le vostre passioni, i vostri segreti confessati grazie al comodo e labile velo di anonimato offerto dalle chat.
Ecco, riportate per un istante alla mente questa sensazione di panico che ho voluto riproporvi con dovizia di particolari, e chiedetevi il perché della sua sussistenza.
E qui ci viene in aiuto Umberto Eco, che in un suo pezzo molto interessante uscito la settimana appena trascorsa su Espresso.repubblica.it, tocca un elemento fondamentale: il legame tra superstizione magica e tecnologia.
Perché stiamo costantemente incollati a quella che è ormai diventata una propaggine del nostro corpo?
Una specie di terza mano, o terzo occhio, una scheda di memoria aggiuntiva collegata al nostro cervello.
Non è solo questione del terrore di perderci qualcosa di tremendamente importante e che magari tutti conoscono tranne noi, che rimane parte fondamentale del meccanismo di dipendenza tecnologica, è qualcosa che va oltre.
E’ quella speranza interiore, mascherata dal progresso informatico dell’ultima decade, che ci fa credere che grazie ai circuiti, alle fotocamere ed alla contemporaneità della comunicazione, tutto sia possibile.
Che tutto sia realizzabile, che i limiti dello spazio e del tempo possano essere superati, o ingannati, che il mondo per noi, mentre tocchiamo una lastra di vetro retroilluminata, sia finalmente senza confini.
E’ la Sindrome da Genio della Lampada, quella che stiamo sviluppando, che ci porta a considerare il nostro apparecchio una specie di essere dai poteri sovrannaturali, pronto a risolvere ogni nostro dubbio, a colmare la nostra curiosità, a liberarci da ogni problema.
E’ una sublimazione dei nostri desideri più reconditi, ancestrali, uno specchio nel quale non riusciamo più a riflettere la nostra stessa immagine, poiché ingombro dai colori sgargianti e dalle icone che affollano la nostra mente ed impegnano i nostri polpastrelli, instancabilmente.
Non é un tuffo nel vuoto interiore, ma un salto nell’arcobaleno.
Una piroetta che ci trascina in un vortice variopinto del quale non distinguiamo mai il punto d’inizio, né la fine, concentrati a far transitare le nostre parole ed i nostri pensieri, spesso inutili, in una linea ad altissima velocità, nell’attesa del miracolo che aspettiamo da sempre.

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