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“Norwegian Wood” di Haruki Murakami

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Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?

Sei la versione in carne e ossa di Midori Kobayashi.”

Questo è, in assoluto, il complimento più bello che mi sia mai stato fatto.

Non che all’epoca lo avessi capito, figuriamoci. Per natura, sono sempre stata una persona che arriva tardi all’evidenza delle cose.

Norwegian Wood, considerato da molti uno dei capolavori di Haruki Murakami, non è arrivato nella mia vita per scelta, ma, dopo averlo terminato, mi ha subito rubato il cuore.

Perché sì, era vero. Io ero Midori. E ancora oggi, a pensarci, mi viene da sorridere.

A raccontarla, la trama di Norwegian Wood sembra quasi uno di quei film adolescenziali che devono per forza avere un lieto fine.

C’è una storia d’amore tra due adolescenti giapponesi, sullo sfondo di una Tokio del ‘68, quella della Rivoluzione Studentesca.

Ma è un amore impossibile, fragile. Perché Toru ama Naoko, è vero. Ma Naoko non ama abbastanza se stessa per uscire dalle tenebre in cui è caduta.

Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c’è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c’è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all’oscurità.

E poi arriva Midori. L’antitesi di Naoko. Perché non è bella, elegante, posata.

Midori è un vulcano, un disastro naturale. Disordinata, stralunata, una di quelle che non dice mai la cosa giusta al momento giusto.

Cosa le divide davvero? L’aver scelto di trovare il coraggio che serve per vivere.

Ed è questo ciò che Norwegian Wood mi ha insegnato: ogni giorno dobbiamo scegliere tra luce e tenebre, l’autocommiserazione o la forza.

E io, ogni giorno, scelgo di essere Midori.

Perché è l’unica cosa che conta.

Margherita Cavallin

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