Si sta cosi.
Come se fossimo dentro una centrifuga.
Gira, taglia, mescola, schiaccia, inchioda, riprende.
Non si ferma.

E nemmno noi.
Mentre andiamo al lavoro, o torniamo a casa, o ad una cena, magari un incontro che aspettiamo da tempo.
In metro.
97 stazioni, 44 delle quali sono perfino considerate patrimonio culturale.
Quando l’ho scoperto, mi sono sentita leggermente sfasata: in una normale giornata lavorativa la metro di Mosca trasporta tra gli 8 ed i 9 milioni di passeggeri.
Sono due le voci ad accompagnarci: un uomo e una donna.
Una voce maschile sui treni che corrono verso il centro, una voce femminile su quelli che si allontanano verso le periferie.
Inoltre, gli annunci con voce maschile sono fatti sui treni che percorrono la linea in senso orario e con voce femminile per i treni che viaggiano in senso antiorario.

Oggi i treni della metro mi sembrano più lenti, quasi lo facessero di proposito, per far salire l’ansia comune, come se non bastasse.
Come se non bastasse osservare il passeggero seduto vicino, cercando di sbirciare dentro la sua busta. Nera.
Come se non bastasse dover chiudere gli occhi ed obbligarsi a rallentare : il respiro, i pensieri negativi, le urla che provvengono da dentro, quasi da far male, quasi lasciando delle cicatrici lungo la gola.
– Si è solo fermato un attimo. Succede. Succede spesso. Va tutto bene. –

8 gennaio 1977, 17:33 ( ora locale) – il primo attacco terroristico nella metropolitana di Mosca.
Quel giorno ci furono altre due esplosioni.
7 morti, 37 feriti gravi.
Gli attentatori erano tre.
Fucilati.

Nel 1996 un autista del treno si addormentò mentre quidava.
Il treno senza controllo buttò giù la parete e il primo vagone arrivò addirittura in strada.
Ogni mattina i dottori sono obbligati a controllare lo stato di salute degli autisti.
Si dice che lo fecerò anche quel giorno : la pressione era leggermente alta, disse di aver dormito poco.

6 febbraio 2004, ore 8:30 ( ora locale). Ci fu una forte esplosione nel treno, in mezzo alle stazioni Автозаводская e Павелецкая.
41 vittime, senza contare il terrorista, piu di 250 feriti.
Nessuno se l’aspettava.

27 novembre 2015. Mi collego al wi-fi della metro, lo faccio ogni giorno, e mi trovo dei messaggi contenenti le minacce da parte dei seguaci dell’ISIS.
Cosi.
Sul mio schermo.
Nel MIO spazio personale.

Abbiamo paura.
Non sappiamo riconoscere il nemico, non ce l’hanno insegnato, non ci hanno spiegato come o perchè.
Ci stanno lanciando delle informazioni, ogni giorno, ne liberano un paio.
Non mi basta.

Siate pronti!
Ma state calmi.
Vi proteggeremo.

Si, ma da cosa?

Voi sapreste dirmi, qual è veramente il male?
In cosa crede, che profumo indossa, che film guarda, che frasi si sottolinea, come cammina, cosa mangia, con chi parla..

Avrei voluto scrivere e parlare di altro.
Sarebbe dovuto essere un inno alla vita, un articolo che resuscita.
Avevo pensato di decorarlo con tutte quelle belle luci che ci siamo ritrovate fuori dalla porta assieme alla neve una settimana fa.

Non sta diventando meglio.
La stiamo vivendo male.
Come tutti.

Non cambiate i vostri biglietti aerei, non cancellati i viaggi programmati, sentitevi liberi.
Perchè siamo liberi.
Di credere o di non farlo, di voler accogliere o decidere di lasciare fuori, di avere una casa o più.

E le luci, le metto comunque.
Perchè, nonostante tutto il male, mi ricordano di non schiacciare sull’interruttore della mia vita.
Forse non ne sarò sempre padrona, ma in fondo, chissenefrega.

Siamo qui ora.

Si sta cosi.
Come se fossimo dentro una centrifuga.
Gira, taglia, mescola, schiaccia, inchioda, riprende.
Non si ferma.

Spiacenti, i commenti sono chiusi ...

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