La metà della meta

Non chiamatemi influencer – Intervista a Camihawke

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Camilla, classe 1990, fresca di laurea, un futuro da avvocato.

Segni particolari: bella bella in modo assurdo.

Segni ancora più particolari: simpatica, tanto simpatica.

Una certezza avevamo, solo una: se sei gnocca devi necessariamente essere antipatica e tirartela, cosicché la frase tanto utilizzata “non è bellissima, ma è simpatica” potesse riecheggiare per sempre nell’eternità ed avere un valore per tutte noi, comuni mortali.

E invece no.

L’Universo, Dio, la fatina di Cenerentola, Trilly, qualsiasi divinità in cui crediate, le ha donato i capelli rossi, le lentiggini, un fisico da modella e la verve da stand-up comedy.

Non è corretto. Avete capito voi lassù? Non è corretto.

Camihawke è riuscita a trasformare questi doni del cielo in una fonte a metà strada tra divertimento e guadagno, semplicemente condividendo la propria, quotidiana vita sui social.

Potremmo definire Camihawke un’influencer, sebbene in una posizione abbastanza borderline: anche per gli addetti ai lavori, è sempre piuttosto difficile comprendere  se dietro si cela una collaborazione o se è lei stessa che condivide un’esperienza personale.

Detto in markettese: il suo product placement è inserito così bene all’interno del suo storytelling da sembrare native.

Oggi quindi intervistiamo la bella Camilla, per comprendere insieme a lei la potenza dei social e finalmente dare un volto alle (poche) influencer in grado di raccontare una storia, umanizzando una professione che sembra idilliaca, fatta di feste, prodotti in regalo e viaggi.

Ciao Camilla! Grazie per il tuo tempo! Raccontami un po’ le differenze tra Camilla e Camihawke 😊!

Grazie a voi! In realtà tra Camilla e Camihawke non c’è molta differenza, sono due facce della stessa medaglia. Una è più riservata e riflessiva, l’altra scanzonata e caciarona. Camilla è la versione emo di Camihawke, ma esistono entrambe.

Se fossi il personaggio di una serie tv, chi saresti?

Che bellissima domanda! Guarda ti do una risposta veramente da femmina visto che mi dicono sempre che sono un maschiaccio. Se fossi un personaggio di una serie tv sarei Claire Fraser, medico chirurgo protagonista di Outlander. Nella sua vita conta solo una cosa: l’amore. Da una Boston del 1950, viene magicamente catapultata nella Scozia del 1700 dove, nonostante la guerra con l’Inghilterra, i duecento anni di sviluppo in meno, le malattie e le difficoltà connesse all’essere una donna “dal futuro”, riuscirà a trovare l’amore della sua vita e per lui rinuncerà a tornare nel suo secolo. Io sono come Claire, per amore rinuncerei anche al bidet.

La radio è il sogno di molti. Deve essere stata un’emozione unica poter partecipare a Girl Solving, su Radio2. La tua conoscenza della musica è molto variegata e spesso ho scoperto gruppi indie grazie a te: è sempre stata la tua passione o è maturata nel tempo?

La musica ha sempre avuto molto spazio nella mia vita. Diciamo che rispetto a dieci anni fa, quando ascoltavo solo e unicamente le mie quattro o cinque band preferite a ruota, adesso cerco di spaziare il piú possibile o quanto meno cerco di informarmi anche su quella che, d’istinto, non sarebbe musica che sceglierei di ascoltare. Chiaramente tutto questo discorso contro la discriminazione musicale vale solo quando non sono stanca, perché quando torno da lavoro voglio solo il mio caro vecchio unico e solo rock’n’roll.

Entro in modalità Marzullo. Fatti la domanda che avresti sempre voluto ti facessero e dammi la risposta.

(Ride) la domanda che avrei sempre voluto mi facessero è: ci sai dire qual è la capitale della Lettonia? Perché me la sono studiata per fare bella figura e vedere che so la geografia. La risposta chiaramente è Riga, sono trent’anni che me la preparo.

Quando utilizzi i social tu riesci a coniugarli con la quotidianità, un po’ di sana sfiga e un modo di raccontare semplice, in cui ci possiamo riconoscere tutti. Dall’idea al montaggio del video: fai tutto da sola? Non mi dà l’idea di essere sempre semplice né veloce come trafila. Raccontami un po’ la tua giornata tipo.

In realtà è molto meno semplice di quanto si possa pensare. La parte che mi occupa più tempo è la scrittura, che chiaramente viene sempre dopo l’idea. Quando hai queste due cose poi è tutto in discesa, anche se filmo e monto tutto da sola, quindi serve proprio del tempo materiale. La mia fortuna è che ho una agenzia, che poi sono amici, veramente molto presente, per qualsiasi cosa loro ci sono, se ho dei problemi di qualsiasi tipo loro mi aiutano. La mia giornata tipo? Dipende dal periodo! In questi giorni non ho neanche tempo di pensare a quanto tempo mi rimane per fare tutto quello che devo fare, sono sempre di corsa. Però ci sono anche periodi più tranquilli :)

Ti reputi un’influencer? No perché da qui sembra tu ti diverta un sacco, distaccandoti completamente da altre influencer ben affermate con gli angoli della bocca sempre all’ingiù.

Influencer è un termine che mi fa venire i brividi. Influenzo cosa? Al massimo consiglio a qualcuno di assaggiare uno yogurt perché è molto buono, ma come farebbe un amico in mensa. La moda per me è un apostrofo rosa tra le parole tuta di felpa, quindi da questo lato zero assoluto. Dunque no, non mi definirei assolutamente così. Mi piace pensare che ho tanti amici virtuali (alcuni anche reali, per fortuna) a cui racconto (parte) delle mie sfighe, e spesso vengo ricambiata con altrettanti racconti rocamboleschi. E questo è molto divertente, siamo una grande famiglia con scritto in fronte mal comune mezzo gaudio.

Chi l’avrebbe mai detto che essere normali fosse così sexy?

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