Sciarada

Nel tempo di selfie universali non avere un iphone è un atto rivoluzionario

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I Selfie, banalmente tradotti con autoscatto, venuti alla ribalta come mezzi di viralizzazione dei freelance del 21esimo secolo – i blogger – non sono più un vezzo degli addetti del settore – star o starlette – o un vizio narcisistico, ma un nuovo canale di comunicazione, di cui i social sono chiara espressione. Tanto in Facebook quanto in Instagram o Tumbler – meritevoli di averne esponenzialmente accresciuto il successo – non c’è pagina personale in cui non ci sia almeno un autoritratto. 

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Lo stesso vale per riviste online, di settore, quotidiani o blog di approfondimento che hanno giornalmente gallery dedicate al racconto di “momenti privati “ di un presidente o dell’altro, della cantante di turno o della modella ribelle catturati dagli stessi protagonisti. La comunicazione visiva, per sua natura molto più forte di quella verbale o scritta, è diretta, universale e accresce di veridicità attraverso i selfie perché non soggetti a inquinamento, testimonianza diretta di chi scatta l’istantanea di quel momento.In più, nella sua universalità, non conosce differenze di sesso o età, anche se va detto chesono i più giovani a farne un uso quasi spasmodico.

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La selfie quindi sta cambiando il linguaggio comunicativo mostrando una nuova necessità, che non è espressa nelbisogno di mostrarsi, quanto più di vedersi.

Warhol

WARHOL:SELFIE=POLAROID:IPHONE

Uno status, un dialogo su ciò che vogliamo vedere di noi e, di riflesso, far percepire agli altri. Bisogno che l’uomo da sempre persegue: a testimonianza le centinaia di autoscatti – più o meno famosi – che hanno fatto della polaroid il simbolo di un’epoca. Quanti di noi hanno in mente quell’autoritratto di Warhol in cui tiene in mano la sua polaroid?

La differenza tra i selfie che vediamo oggi e i suoi “antenati” sta nella consapevolezza e immediatezzadi ciò che stiamo producendo: la volontà di creare un frammento, di lasciare un segno di noi condividendolo su una piattaforma, una piazza virtuale. La svolta che ha reso questa pratica una sorta di “modus operandi” dell’uomo 2.0 èarrivata con le nuove tecnologie: gli smartphone. La possibilità di essere connessi24/24 unita a una fotocamera sempre a portata di mano per poter scattare, filtrare e scegliere subito cosa pubblicare moltiplica le occasioni in cui creare un momento per sé: i selfie per l’appunto. E se la fotogenia non fa parte del proprio DNA poco importa: dove non arriva la natura come sempre arriva l’uomo, creando programmi ad hoc per modificare, abbellire o migliorare con pochi e semplici clic la nostra immagine nell’immediato. Un mezzo a disposizione di tutti e che tutti percepiscono con un fine comune: dare la migliore versione i sé.

NO PICTURE PLEASE

Di fronte ai tanti che hanno deciso di navigare nelle acque sicure di un autoscatto ad arte, per quei pochi che vogliono conservare i propri momenti davvero privati come scampare a tutto ciò? Semplice, non comprandosi iphone, ipad, iphod o telefoni ultratecnologici, eliminando alla radice la possibilità di cedere alle lusinghe del nostro profilo migliore.

Narcisi che, per non cadere nell’inganno della propria immagine riflessa, devono imparar a ristabilire dei ruoli, ricordandosi che quel mezzo nasce per telefonare prima ancora di scattare immagini.
Ecco come, parafrasando Orwell, nel tempo di selfie universali dire di non avere un iphone è un atto rivoluzionario.

Vi

Ps: l’Oxford Dictionaries Online ha inserito nel suo vocabolario la parola selfie, definendola: “una fotografia che uno scatta a sé stesso, in genere con uno smartphone o una webcam e che viene caricata su un social media”. Scusa George

 

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