Napoli amore mio

“Io sono Napoletano”: l’orgoglio di urlarlo al mondo

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Ho vissuto a Napoli per due anni, amo questa città, amo il suo popolo e mi sento napoletana dentro.

Ho provato a mettermi nei panni di chi davvero è nato a Napoli, per capire cosa significhi l’attaccamento originario a questa terra.

Non sono riuscita a trovare le parole giuste per raccontarlo, così ho deciso di chiedere proprio a loro, proprio a chi vi è nato di dirmi “cosa significa essere napoletano?”

Le risposte che ho raccolto sono semplici e proprio per questo commoventi, vere, profonde, segno di un popolo orgoglioso di quello che è, fiero della sua terra e in grado di onorare la propria città nonostante le difficoltà.

“ESSERE NAPOLETANO”

  • Ciao Valeria, per me essere napoletano è un motivo di orgoglio, è una cosa diversa, anche difficile da spiegare. Cantare le canzoni classiche napoletane ad esempio o alcune frasi sono molto più belle in napoletano, hanno più effetto. Spesso mie ex non napoletane volevano sentire quando parlavo in dialetto o cantavo. C’era una ragazza di Livorno che si chiamava Anna a cui feci conoscere Annare’ di Gigi D’Alessio e ogni volta voleva sentirla. Essere napoletano è un senso di appartenenza, sentirsi non italiano ma napoletano .

PASQUALE

  • Essere napoletano vuol dire amare la vita, prendere la vita sorridendo, nonostante i problemi che l’affliggono. Non potrebbe non essere così in una città così bella e sempre baciata dal sole.

GABRIELE

  • La mia non è presunzione ma l’essere Napoletano non si può descrivere. Napoli per i Napoletani è tutto: è amore passione gioia.

UMBERTO

  • Napoli la mia capitale, il Napoli la mia fede.

FABRIZIO

  • Essere Napoletani è uno stile di vita…Io penso in Napoletano…Sogno in Napoletano…

ANTONELLO

  • Per me essere napoletano significa respirare la storia, respirare il pregiudizio altrui, respirare la bontà d’animo di un popolo in continua lotta con i propri problemi, respirare l’aria di mare alle 6 del mattino, respirare la dignità. Ecco, quella dignità che altri ci hanno tolto e che stiamo cercando di riprenderci…il popolo napoletano ce la farà guagliù!!

SASÀ

  • Non è facile spiegare cosa significa essere napoletani. Il rapporto con la città per me è viscerale: oggi ne sono innamorata pazza e più la guardo e più me ne innamoro. È un sentimento che non so spiegare. Ti prende dentro ce l’hai nell’anima, nel sangue … e più la conosci e più la ami e più ne sei orgoglioso e fiero di esserci nato. È un po’ come nella vita …ci nasci e non ti rendi conto di quel che hai, cresci con il suo dialetto i suoi panorami la sua cucina le sue canzoni ed anche con le sue problematiche. Poi cresci ed arriva anche il momento del distacco: ci sono stati momenti in cui me ne volevo scappare mi sembrava di odiarla di odiare la sua gente e tutte le cose che non andavano bene e che tuttora non vanno bene. La odiavo e la disprezzavo come può fare solo un innamorato ferito e tradito, perché tanta bellezza alla fine non rispondeva alle mie aspettative di perfezione. Poi maturi e ti rendi conto di tante cose e di come questa bellissima città porta dignitosamente tutte le ferite che le infliggono ancora oggi i suoi abitanti, le istituzioni, il malaffare…ma nonostante tutto rimane bella come una regina. Cosa significa per me essere napoletana. Non te lo so spiegare. Non trovo le parole. Essere napoletano è uno stato d’animo, è un coacervo di emozioni e sensazioni anche contrastanti, è gioia di vivere  e malinconia, è sentirsi tutt’uno con la propria terra, identificarsi con essa. Napoletano è un modo d’essere. È una filosofia di vita che secoli e secoli di storia hanno impresso nel tuo DNA. Essere napoletano è fantasia e concretezza insieme. È avere la capacità alla fine di sdrammatizzare tutto. È …addà passa’ a’ nuttata quando sembra che tutto vada male. È la speranza che non ti lascia perché alla fine tutto s’aggiusta. È la certezza che il sole sorge sempre anche dopo la notte più scura… il sole che bagna Napoli…È la gioia di vivere.

MARIA

  • Io sono a Treviso per una serie di scelte che non ho potuto evitare; ormai sono 33 anni che non vivo a Napoli e porto dentro di me da allora un lutto. La amo così tanto che non viverci mi sembra una croce. Mi manca come può mancare un grande amore …e non posso fare a meno di non voler tornare prima o poi…l’ho sempre preferita a qualsiasi altro luogo, anche quando negli anni novanta c’era un degrado e l’immondizia sotto ai palazzi arrivava anche al secondo piano . Era invivibile eppure io solo lì mi sento viva.

ALESSANDRA

  • Essere Napoletani vuol dire molto… Vedi il mio caso.. Sono lontano ma la porto sempre nel mio cuore.. La piango sempre.. E non vedo l’ora di tornare..

CARMINE

  • Essere napoletano? Essere liberi…

MASSIMO

  • Essere Napoletani significa saper dire grazie anche per cose non dovute.

LUIGI

  • Napoli non è una città, è uno stato mentale emozionale, un’appartenenza identificativa di una genuinità ancora viva. Un massaggio cardiaco per anime vaganti intrappolate in una non vita, è i seni di una mamma benevola ed imperfetta nei quali ti rifugi per trovare riparo da un mondo ostile. Napoli è quello che sono, la mia ricarica vitale, una nostalgia del tempo….

PAOLA VEROPALUMBO

  • Per me essere napoletano è un dono di Dio, sai bene che Napoli mi manca tantissimo, è una mancanza a volte così opprimente da farmi sentire in debito e fin troppo fortunato per esserci nato… Napoli è una mamma che ti abbraccia, è una carezza che ti dà coraggio, è una mano che ti spinge e soprattutto è il mio cuore bagnato di lacrime…. che solo lei ha la potenza di asciugare col suo sole…

SALVATORE

  • Napoletano non è essere nati a Napoli, ma un sentimento.

PIETRO

  • È difficile da descrivere in poche parole Napoli, l’hai tatuata sulla pelle, l’odore del mare, il sorriso sempre stampato sulle labbra, nonostante tutto, l’ammuina, la poesia, ma soprattutto è sentire sempre, costantemente una persona canticchiare una canzone.

VINCENZO

  • Camminare nel mondo, leggere, pizza…ascoltare le note del conservatorio più antico…oppure divertirsi a leggere quelli che ci sono passati Goethe, Hemingway, Kennedy, Wharol, Picasso, Tu…approfondirli e vedere che non sono mai stati più gli stessi.

PAOLO

  • La tua terra è una malattia che ti porti addosso e non si leva, non si leva mai. Può passare il tempo, ma se sei lontano la pensi sempre. Non te la puoi dimenticare, perché più che nella tua testa e nel cervello la tua terra la tieni nello stomaco, sta dentro le tue viscere e quando ti manca la senti mormoriare dentro le tue budella. Ecco essere napoletani è questo, sentire Napoli in quel modo.

GIUSEPPE

  • Essere napoletani al Nord significa camminare con gli occhi lucidi, voltarsi indietro e vedere il mare che bagna la tua città.

SALVATORE

  • Essere napoletani vuol dire respirare passione e amore, usando le mani per tirar su chi cade…Napoli infatti è la città dell’accoglienza e della solidarietà, dove ogni cosa si può dividere con il prossimo.

ROBERTO

  • Essere napoletana per me significa dare un’impronta più tenace a ciò che faccio.

DANIELA

  • Napoli è quel cordone ombelicale che non hai mai tagliato, nonostante ci abiti lontana 900 km da più di 17 anni!!
    A Napoli ci voglio tornare almeno da morta, perché o ciel e Napule, azzurro e caldo al nord se lo sognano.

ANNA

  • Mi chiedi “cosa significhi essere napoletani”…Per me è l’essenza della mia vita, delle volte mi chiedo se io fossi nato a Milano oppure a Cremona oppure a Udine …io cosa sarei oggi e come sarei come persona e carattere …Sento Napoli dentro come sento mia madre, per lei ho pianto quando per 16 anni ho lavorato a Parma, la sognavo conservandomi nei pensieri l’odore del suo mare…Sono Onorato di essere nato a Napoli perchè Napoli è la vita alternativa delle altre città d’Italia, qui c’è il chiaro e lo scuro, il sorriso ed il pianto, la troppa ricchezza e la massima povertà, Napoli è un palcoscenico vivente dove la sua gente non è attore ma spettatore di se stessa … Io amo Napoli perchè Napoli mi ha scelto per farmi crescer …e ne sono fiero.

CARMINE

  • Essere napoletano è semplicemente sentire di esserlo…avvertire dentro l’emozione che provoca tutto ciò che viviamo quotidianamente nel bene e nel male…noi siamo una contraddizione vivente difficilmente spiegabile…ecco l’amore per la nostra città, per la nostra terra. Prendi ad esempio il Vesuvio e la sua terribile agghiacciante, terrificante forza distruttiva…eppure per noi è come se fosse un padre, una madre, un fratello, un amico…insomma una qualsiasi persona cara della quale non si può fare a meno…

RICCARDO

  • Il napoletano è colui o colei che, nella povertà è ricco, nella miseria continua ad essere felice.

GENNARO

  • Cos’è Napoli? Bella domanda…inizio col dire cosa Napoli non è. Napoli non è un città. Napoli è piuttosto un’idea, un sospiro al tramonto, Napoli è la contraddizione, il sentimento espresso in varie forme. Napoli è quel verso che scrivi sulla sabbia e allo stesso tempo il mare che lo cancella. Napoli è il lievito madre da cui attinge il genio, la creatività, il sogno. Napoli è Napoli, nient’altro che Napoli.

CARMINE

  • Il confine della città è nei gesti tramandati dalla storia, il passeggio, il gelato, le pietre scolpite da secoli.
    Una sorta di utero nel quale muoversi secondo linee orizzontali e verticali, dove spazio e tempo non sono semplici coordinate ma essi stessi materia e palcoscenico.
    Io cammino così, più adagio che se parlassi con mio padre. D’altro canto, secoli di letteratura hanno raccontato gli orribili circoli viziosi in cui si consumano le piccole odissee domestiche, le paranoie sentimentali assurte a sistema, i sensi di colpa ad incendiare lo spirito come permanenti, ustionanti abat-jour.
    Lì, in mezzo ai sassi ed allo sporco posso perdermi. Calare il mio vaso di terracotta e pescare storie e superstizioni come se fossero polpi tentacolari, a mò degli antichi greci.
    Le chiese che inglobano i capitelli romani che delimitano i templi pagani che nascondono i resti bizantini sotto i quali riposano i miti di sirene e maghi.
    Non esiste Madonna senza Cibele. Non può esserci Gesù bambino senza Mithra.
    Io questa città l’ho odiata. Non l’ho capita per anni, mi ha fatto rigetto come se fosse un tentativo di trapianto non riuscito. Come se uno scherzo di natura mi avesse invalidato con una gobba di carne storta e purulenta. Non voglio essere dove sono, mi dicevo, scacciando ogni richiamo come un insetto insistente e fastidioso.
    Il frastuono, i gesti, tutta l’attrezzatura delle macchiette pronte a vendere scampoli di vita agli angoli della strada.
    Tutto questo inchiostro che esce dalle righe, questo continuo sprofondare.
    Ho viaggiato. Visto culture e mondi non troppo distanti eppure lontani anni luce.
    I colori fiammanti dei fiori olandesi, la natura rigogliosa della foresta nera, geometrie pulite di palazzi e ponti, fiumi scroscianti come pile di bicchieri caduti d’improvviso. Sono stato a mio agio, da straniero.
    E da straniero sono ritornato. Adulto. Con molte certezze. Con una bibbia di risposte pronte a fucilare chiunque avesse voluto estrarre dalla fondina il seme del dubbio e del confronto.
    Io sono dritto come sette piani di acciaio e vetro. Sono temprato al vento fatuo delle vostre favole e leggende. Non mi possono minimamente smuovere.
    Ed ho camminato. Camminato per strade chiuse tra palazzi che sembrano volerti schiacciare. Un universo dadaista di finestre oblique, maschere, arcosolii, scale sovrapponibili, voci barbare e cristalline, bronzi, cammei ed affreschi.
    Botteghe di lavori scomparsi o, davvero, mai esistiti altrove.
    La città mi ha preso, violentemente. Mi ha ricondotto a sé. Ogni più piccola parte di me, quella microscopica, cellulare, il mattone del mattone, la sabbia della sabbia che mi tiene in piedi è tornata al suo quanto di energia vitale. Al luogo dove è nata ed ha iniziato a vibrare.
    Io sono l’operaio che scalpellò la pietra, l’amante fuggito di notte usando il ventre della città scavata nel tufo; io fui la donna che offrì il seno al pittore che correva veloce perchè inseguito; sono stato la musica del pane che cresce e sfrigola nel forno. Io sono esattamente un corpo reticolare e multiforme, come la città che mi ha cresciuto.

CIRO

L’ultima risposta l’ho ricevuta da una persona che ho conosciuto grazie alla mia lettera, Francesco Paolantoni, grandissimo artista napoletano:

“È una domandina che richiederebbe tante risposte, significa sentirmi orgoglioso di essere nato qui e non aver mai avuto voglia di andar via, significa aver avuto la fortuna, visto che faccio questo mestiere, di possedere geneticamente l’ironia, la fantasia, una lingua teatrale per eccellenza, una filosofia di vita che dà la priorità allo stare bene e non alla ricerca forsennata del benessere, che è un’altra cosa, ma poi c’è tanta roba, troppa per elencarla, pensa a quelli che passano per luoghi comuni, ‘o sole, ‘o mare, l’energia de ‘o Vesuvio, ‘a cucina, ‘a simpatia de ‘a gente ecc…
troppa roba, una cosa però per me è importante, quella che tutti noi dovremmo avere sempre in mente. ESSERE napoletani, non FARE i napoletani.”

ESSERE NAPOLETANI

Credo che in nessun’altra città riusciremmo a trovare un orgoglio così travolgente.

#napoliamoremio

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