Se dovessi descrivere il mio 2016 fino ad ora, utilizzerei la parola “matrimonio”. Che nel senso prettamente romantico della cosa, è molto carino come concetto. Matrimonio, amore, famiglia, commozione, confetti, bomboniere tamarre che finiranno in fondo ad uno stipetto, foto, tante foto, troppe foto, soldi che volano in pochette abbinate a cravatte e cravatte abbinate a vestiti.  In effetti, “carino” non è abbastanza per definire un matrimonio, figuriamoci tre. Sì, tre, non due, non quattro. Tre matrimoni, tre epifanie come i tre spiriti di “Canto di Natale” di Dickens. Tre matrimoni che quest’anno mi hanno dato modo di viaggiare, piangere, impegnarmi, emozionarmi, andare oltre, sfidare me stessa, sbagliare, dare, ricevere, perdonare.

Innanzitutto, c’è stato il matrimonio di un’amica messicana conosciuta durante il mio periodo di studio in Australia. Ho colto l’occasione di questo evento per fare un viaggio fra il surreale e il tremendamente reale in Messico, ed è stata in assoluto una fra le esperienze più emotivamente impattanti della mia vita. Il matrimonio poi, qualcosa di mai visto, e da appassionata di wedding planning ne ho viste di cose fighissime. Questo però boh, è stato come essere trasportati in una favola Disney. Fino al decimo Havana Cola, almeno. A parte il matrimonio in sé che è stato indescrivibile, mi sono resa conto di aver vissuto veramente la scena di un film: quattro anni senza vederci e sentendoci praticamente solo per le ricorrenze, fino a quando ho comprato il biglietto aereo e mi sono resa conto che non solo avrei rivisto lei e tutti i miei amici messicani, ma che sarei stata presente ad un momento irripetibile per lei, come ci eravamo promesse durante lo scambio. Potevo mantenere quella promessa, per davvero, sarei andata in Messico. E poi il viaggio, 5 giorni incredibili fra Città del Messico e Monterrey, fino al giorno in cui, truccata e vestita come mai nella mia vita stile Barbie Magia delle Feste mi sono seduta fra i banchi di una chiesa mai vista ma familiare, l’ho vista camminare verso l’altare, l’ho sentita dire quel “sì” pieno di emozione ed entusiasmo e la mia felicità si è perfezionata nella sua in tutta la gioia possibile. Le ore di viaggio, l’impegno per esserci, la povertà dei due mesi precedenti… In un secondo illuminato dalla luce calda di una chiesa tutto è andato al suo posto, è stato semplicemente un momento perfetto che si è preso un pezzetto del mio cuore.

Poi c’è stato il matrimonio di Enrico e Maddalena. Meglio conosciuto come IL matrimonio. Notti insonni? Ne abbiamo. Weekend a ritagliare carta crespa e comprare palloncini? Ho perso il conto. Serate per andare a vedere i progressi dell’abito da sposa? Tante alla enne. Stress? Sì. Ansia? A rotta di collo. Ma ancora di più gioia, soddisfazione, meraviglia, stupore, commozione. Uno dei giorni più emozionanti di sempre, mi sono sentita fortunata ed onorata per aver messo la mia firma su quel registro, ma ancor più per aver avuto l’opportunità di contribuire alla realizzazione di quella che rimarrà impressa nella mia memoria come una giornata di festa per l’anima. Ho aspettato quel giorno per più di due anni e quando è arrivato mi ha comunque sorpreso: è stato molto più di quanto avessi potuto sperare. È stato bello, semplicemente, genuinamente bello.

Infine, un matrimonio a cui non sono nemmeno andata, ma sicuramente quello che ha toccato in maniera più forte la mia fragilità, ha riaperto una ferita, ha permesso che la richiudessi per sempre, credo e onestamente spero. Perché potete dire quello che volete, ma quando si sposa una persona che avete amato, a cui avete tenuto più che ad ogni altra, a cui avete offerto il mondo e che in cambio vi ha calpestato il cuore con le sue scarpe coi tacchetti… qualcosa si frantuma. Nel mio caso è successo più all’altezza del cervello che del cuore. Quando l’anno scorso ho scoperto che il ragazzo svedese per cui avevo perso testa cuore anima cervello braccia gambe zigomi caviglie tutto si era fidanzato, mi sono ritrovata in lacrime. Dopo 5 anni da quando l’avevo incontrato e il mio stomaco aveva avuto la brillante idea di allevare farfalle, ero ancora capace di soffrire per la sua felicità con un’altra persona. 5 anni, mica 1. E niente, ho pianto. Per qualche giorno ci ho pensato in continuazione, perdendomi in congetture d’ogni genere (“in un’altra vita, avrei potuto essere io”). Poi giustamente ho ripreso un attimo fiato e mi sono convinta a non pensarci più, riuscendoci per la maggior parte del tempo.

Ma quando a giugno, lo stesso giorno in cui si è sposata la mia amica messicana, ho visto le foto di lui in completo nero sorridere alla sua bellissima sposa in abito bianco di pizzo, è stato come se qualcuno mi avesse tirato un pugno allo stomaco e in faccia contemporaneamente. Che poi penso succederà per tutte le persone con cui ho condiviso parte di me e della mia vita, quando si sposeranno. Credo che anche se razionalmente l’unica cosa che potrò e vorrò fare sarà augurare loro il meglio, il lato egoista e presuntuoso di me mi costringerà a pensare “Cacchio si sta sposando, e non con me”. Non in modo nostalgico eh, solo una riflessione tipo “Ah però, fa caldo per essere settembre”. Sì ok, sono una persona di merda.

Però credetemi, passare oltre e perdonare questo è una delle cose più difficili che abbia mai dovuto fare. Ed è stato difficile proprio perché questo è la vita di qualcuno che va avanti, che si evolve, che acquista un significato altro. Questo nel mio cuore è un tradimento, perché in me lui è uno stronzo e lei è una zoccola, e in realtà sono due persone che si amano, e credo si amino proprio tanto. 6 anni fa avrei voluto che lui amasse me perché io amavo lui, credevo di amarlo come mai avrei amato, come mai avevo amato. Belle cazzate. Amavo l’idea di stare con lui perché era alto, biondo, svedese, intelligente, simpatico, burbero e amorevole con me. Che bella storia avremmo avuto. E che bella vita abbiamo avuto entrambi alla fine, non stando insieme. Forse ho davvero perso tempo con lui. Eppure, proprio il non stare con lui mi ha permesso di fare ciò che ho fatto, che sto facendo, e che gran figata si sta dimostrando. Non credo sarei mai stata costretta  a ragionare su tutto questo se lui non si fosse sposato, probabilmente gli avrei serbato rancore per il resto dei miei giorni senza nemmeno rendermene conto. Invece, sapete che c’è? Ho perdonato. Me stessa, non lui, perché era di quel perdono che avevo bisogno. E ora quella ferita è solo una cicatrice che non fa più male, proprio come quelle che mi sono procurata con la colla a caldo mentre confezionavo bomboniere per il matrimonio di Enrico e Maddalena.

 

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