No, non è solo la professione del meretricio a vantare la più grande longevità, bensì è accompagnata anche da quella dell’allenatore di calcio, più precisamente dal commissario tecnico di una Nazionale.

Allenare una Nazionale di calcio non significa solo individuare e selezionare periodicamente i 23 migliori giocatori con la stessa cittadinanza, provando a creare le sinergie migliori, in grado di portare quel gruppo a vincere (o quantomeno avvicinarsi) un trofeo internazionale. Allenare una Nazionale significa porsi come frontman di un intero popolo, ergendosi a parafulmine contro le burrasche che potrebbero abbattersi sui giocatori, sulla Federazione e su qualsiasi ente o istituzione calcistica, e spesso da queste stesse fonti interne. Perché tanto si sa, è una legge antichissima: possibile che alla fine debba pagare sempre l’allenatore (cit.)?

Noi italiani, poi, siamo espertissimi in questo, qualsiasi appassionato di calcio della Penisola cresce forgiato (anche) dal seguente detto: in Italia ci sono 60 milioni di ct!

Nessun commissario tecnico azzurro è riuscito ad avere una reputazione lineare mentre ricopriva un ruolo tanto blasonato ed ambito quanto temuto. Non c’è riuscito Vittorio Pozzo, primo e finora unico ct a vincere 2 campionati del mondo (peraltro consecutivi), colpevole di averli vinti durante il più nefasto periodo della recente storia italiana (ed è anche per questo che su sul suolo italico non si trova uno stadio a lui intitolato); non c’è riuscito Edmondo Fabbri, fautore di una straordinaria cavalcata col Mantova dalla D alla A a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ma colpevole di aver guidato la Nazionale all’umiliante sconfitta contro la Corea del Nord nei Mondiali inglesi del 1966; non c’è riuscito Ferruccio Valcareggi, ct dell’unico Campionato Europeo vinto dall’Italia, e guida tecnica degli azzurri che disputarono el partido del siglo e arrivarono secondi ai Mondiali 1970 (grazie, contro quel Brasile…), ma colpevole di non aver saputo gestire in modo adeguato due talenti come Rivera e Mazzola.

Non ci sono riusciti nemmeno gli altri due ct campioni del mondo: Bearzot fu criticato aspramente per i 3 pareggi nelle prime 3 partite del Mundial 1982, tanto da instaurare un silenzio stampa fino alla fine della rassegna, con il solo Zoff – capitano di quella spedizione – autorizzato a rilasciare dichiarazioni (e se considerate la logorrea del friulano…); Lippi, nonostante l’impronosticabile vittoria del 2006 grazie soprattutto alla creazione di un gruppo coeso come pochi altri nella storia azzurra, fu anche il principale colpevole della pessima spedizione successiva, i Mondiali 2010, dove uscimmo da un girone che definire abbordabile sarebbe comunque riduttivo (Paraguay, Nuova Zelanda, Slovacchia) anche per colpa della riconferma di troppi senatori campioni del mondo.

Persino Trapattoni, mostro sacro del calcio italiano, incondizionatamente amato ovunque nonostante abbia allenato (e vinto con) le 3 “grandi”, uscì con le ossa rotta dal Mondiale 2002, colpevole anzitutto di lesa maestà per aver escluso Roby Baggio dalla spedizione in Giappone e Corea. E da lì in poi non se ne salvò nessuno: oltre al già citato Lippi, vennero massacrati Donadoni (eliminato agli Europei, da campione del mondo in carica, da una Spagna con un palmares ancora vergine), Prandelli (totalmente in balia dei senatori nel Mondiale brasiliano) e infine Ventura, su cui è meglio soprassedere.

 

Tutto questo excursus nella storia dei selezionatori della Nazionale italiana per dire che un po’ di empatia con Jorge Sampaoli la provo: ieri sera, nella pesantissima sconfitta contro la Croazia che all’80% costerà il Mondiale all’Argentina, il ct capace di vincere 2 edizioni della Copa America col Cile (a 60 anni di distanza dall’ultima volta) non ci ha capito assolutamente nulla, a partire dall’abbigliamento con cui è sceso in campo che, unito alle prestazioni del portiere Caballero e al fatto che il portiere di riserva si chiama Armani, ha scatenato la fantasia dialettica dei tifosi argentini su Twitter (lascio a voi la ricerca degli insulti più articolati) e l’ormone delle 50enni da casa.

Sarà che i sudamericani (tifosi ma anche addetti ai lavori) vivono il calcio – e il tifo verso la propria Nazionale – in un modo talmente viscerale, che spesso la lucidità necessaria per compiere le scelte migliori viene offuscata dall’emotività: provate a contare quante lacrime si vedono in una partita che coinvolga una Nazionale qualsiasi a sud del Golfo del Messico, e vi farete un’idea di quanto pesi il pallone da quelle parti.

Ora vorrei concludere questo articolo con un monito di speranza affinché l’Argentina chiuda in maniera comunque dignitosa questo Mondiale, ma è notizia fresca fresca che i 23 giocatori dell’Albiceleste avrebbero esautorato il ct, che teoricamente dovrà essere sostituito da Burruchaga (autore dell’assist per il gol più bello nella storia dei Mondiali) nell’ultima partita del girone contro la Nigeria.

Suerte, Jorge.

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