Vena chiusa

Italia-Svezia 0-0: estate 2018 a casa

La Nazionale italiana di calcio pareggia 0-0 nella gara di ritorno dei playoff e non si qualifica ai Mondiali di Russia 2018. L’ultima volta era accaduto per la Coppa del Mondo in Svezia nel 1958. E Adesso?

Italia-Svezia 0-0: l’urlo soffocato in gola per 90′

Sto guardando il secondo tempo di Italia-Svezia. Avevo iniziato con uno spirito molto staccato: a dire la verità ero più interessato alla resurrezione di una vecchia moto italiana e poi le proteste di Teresa che non riesce a dormire nonostante il sonno non mi permettono di vedere la partita con attenzione.

Intanto più il tempo passa e più mi rendo conto che un pugno si contorce sullo stomaco. Una sensazione già vissuta sia quando ero io in campo a inseguire il risultato sia da spettatore: la tensione del tempo che passa accorcia il margine di errore e allontana dal traguardo ricercato. Ad ogni azione che termina col pallone sul fondo o tra le mani del portiere, questo stato d’animo si fa sempre più opprimente. Ed è chiaro che quel pugno soffoca in gola un urlo di esultanza, mista a gioia rabbia e frustrazione per tutto quello che non è successo. E sentire il commento tecnico di Walter Zenga che dice

“2 cross bassi e tesi e ..siamo a posto”

non fa altro che aumentare la bollitura della bile.

Finisce la partita. L’Italia pareggia contro la Svezia e non si qualifica per i Mondiali di calcio della prossima estate in Russia. L’ultima volta che la nostra Nazionale non si era qalificata è stato nel 1958 per la Coppa del Mondo (al tempo Coppa Rimet) in Svezia, quello dei 13 gol in 6 partite del francese Just Fontaine e del più giovane campione del mondo di calcio, Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, a 17 anni, 249 giorni.

Italia fuori dai Mondiali: tragedia e apocalisse

L’unica carica positiva (quella della frustrazione non lo è per niente) me la da Francesco Repice, radiocronista di Radio1. Ho richiesto espressamente il suo ingresso in campo perché era più carico di Parolo!

Con tutto rispetto, il commento di Alberto Rimedio non mi ha mai trasmetto molto entusiasmo e non sono uno che si fa trascinare dallo stile alla Caressa anzi, piuttosto tolgo l’audio. Cosi provo a sincronizzare il video di Rai Sport con l’audio di Radio Rai, tutto su pc perché in casa la tv l’abbiamo spaccata nel trasloco e comunqe tra collegamento e ricezione del segnale è più comodo così.  Per un po’ ci riesco finché lo streaming si sfasa e audio e video non corrispondono, con una situazione che tra quello che vedo e quello che sento si fa sempre più insopportabile. Niente da fare vince la coppia Rimedio-Zenga. Dopo il commento tecnico molto profondo dell’ex portiere dell’Inter  la perla finale di Rimedio al fischio finale:

“Una tragedia”.

Ho in braccio Teresa e quasi mi casca per terra.
Siamo seri per favore. Mi piace il calcio, sono  un tifoso, mi fa stare male come mi fa stare bene a seconda della differenza dei gol (ma neanche tanto, sono capace di preoccuparmi quando la mia squadra vince ma gioca di m.. male). Ma non ho mai trasceso perché dopo il terzo fischio dell’arbitro la partita finisce e la vita riprende. So distinguere lo sport, un gioco, dalla vita vera. Anche quando giocavo io. Altro livello lo so. Ma sempre un impegno.
Capisco il dispiacere dei giocatori perché per loro questo gioco è il lavoro e la loro vita. Ma – ahimè – non la mia.
Vedere Buffon mettere la faccia rigata di lacrime prima ancora del suo CT e del suo presidente federale è stata una bella botta.

Ma a mio modesto modo di vedere una tragedia è una diga che si spacca e l’acqua che inonda una valle spazzando via ogni segno di vita che trova nel suo passaggio, un aereo che si sfracella su un palazzo o nel mare aperto, una vita spezzata da un male contro il quale puoi solo aspettare, una vita appena accennata e mai abbracciata, l’incertezza di riuscire a mantenere una famiglia. Queste sono tragedie, secondo me.

L’apocalisse è quella che si aspetta lungo la fraglia si Sant’Andrea tra California e Messico, quello che succederà tra non so quando se continueremo a mangiare e inquinare terra, acqua e aria con opere fini a se stesse e buone solo per le tasche di poche persone e stili di vita da viziati annoiati e pigri.

Se la Nazionale italiana di basket non si qualificasse per i prossimi mondiali? Quella non sarebbe ritenuta allo stesso modo? Cosa sarebbe dovuta essere la sconfitta ai quarti di finale delle Olimpiadi di Barcellona 1992 della Nazionale di volley della Generazione di Fenomeni, di Velasco, Zorzi, Lucchetta, Cantagalli De Giorgi, Gardini? A ricordarla, mannaggia, ci sono stato peggio quel giorno di inizio agosto che questa sera. Diverse età diverse esperienze e diversi approcci fanno la differenza tra allora e ora. Ma il confronto non regge. Fa molto più male quella.

Italia-Svezia 0-0: la mancata qualificazione a Russia 2018 è un fallimento

L’unica parola che può descrivere quello che è successo nell’arco dei 180′ tra Italia e Svezia è fallimento. Sportivo, ma fallimento. Ventura l’altro ieri ha detto che

i play-off rappresentano il traguardo che si erano prefissati all’inizio di questi due anni.

Nel girone con la Spagna, si poteva puntare solo a quello.

Davvero?

Eppure pochi mesi prima durante i campionati Europei avevamo battuto gli spagnoli 2-0 dimostrando che non sono questa squadra così impossibile da affrontare. Va bene, è stata una partita ricca di episodi, più favorevoli all’Italia che alla Spagna visto il risultato finale. Ma servono anche quelli. Anzi a volte sono quelli che decidono le partite. Va bene, in parte c’era un’altra squadra e – soprattutto, si dice – un altro allenatore che ha avuto il merito di far esprimere il meglio dai calciatori. Spremendoli sia fisicamente che mentalmente, aggiungerei.
Passiamo da spaventarci a morte della Spagna all’arroganza di crederci superiori alla Svezia. Quando invece il peggior nemico siamo noi stessi. E ho sempre considerato questo pensiero valido per ogni squadra: prima di tutto, bisogna vincere i propri dubbi e le proprie debolezze, per affrontare con coraggio gli avversari.
Forse per questo dopo la sconfitta contro la Spagna nella partita di ritorno, i nostri azzurri si sono psicologicamente demoliti.

Come è successo contro la Svezia: un tiro finisce in porta deviato e un tiro sbatte sul palo poco dopo. Ma questa volta non è la somma degli episodi a fare la differenza. Le partite contro Spagna e Svezia hanno una cosa in comune: l’atteggiamento col quale sono scesi in campo e cioè il tipico di una squadra italiana che è quello di preoccuparsi a non prendere gol.
Eppure, a me hanno insegnato che le partite di calcio si giocano e si vincono attaccando e segnando e non difendendo e fermando l’avversario.
Ho visto un gioco lento, prevedibile e facile da anticipare. Più orizzontale che verticale. Una squadra che ha fame, che non ha paura, gioca in modo diverso. Soprattutto se ha piedi migliori. Già. La qualità tecnica arcinota del calcio italiano.

Comtro la Svezia l’apoteosi del giornalismo sportivo italiano:

Gli svedesi sanno di essere qualitativamente inferiori ma sanno di poter sopperire la differenze tecnica con il gruppo

ho sentito venerdì sera alla radio. Ma solo perché la nostra è la Nazionale di calcio italiana deve essere superiore? Chi lo ha detto? E’ una legge? Non ci siamo accorti che non vinciamo qualcosa a livello internazionale dalla Champions League del triplete interista del 2010 che di italiano aveva poco niente?
Non mi sembra che i calciatori siano stati migliori, in ogni senso, tattico e tecnico, degli svedesi. Pecchiamo di umiltà. O di mancanza di senso della realtà. Certamente, abbiamo una malsana tendenza a sovrastimare i nostri atleti, in ogni pratica sportiva.

Ormai nei settori giovanili si insegna più tattica che tecnica ed è normale che i ragazzi non si divertono più, tornano a casa sapendo come muoversi in campo ma non come toccare un pallone. E lo si vede nei giovani che esordiscono nel calcio professionistico: correranno tanto ma sono scoordinati e non azzeccano un passaggio di  2 metri tanto meno riescono a saltare l’avversario. Questa sera non ho visto nessun giocatore azzurro affrontare un avversario 1vs1. Ma a 15 pensano già agli sponsor e hanno la testa più immersa nello smartphone che concentrata sul pallone (o su qualche altro sport). Il risultato finale, lungo tutta la catena, non può che essere diverso da questo.

La mancata qualificazione a Russia 2018 è un fallimento sportivo causato da anni di scelte sportive pessime.

Non è un obbligo avere calciatori stranieri nel proprio club, è una anomalia – che diventa un problema sociale – averne troppi nei settori giovanili ma non mi riferisco agli stranieri che abitano in Italia (dove sono anche nati) ma quelli che vengono portati apposta qui da altrove.
Diventano anomali quei “capitali investiti” (“distratti” mi suona meglio) in società dilettantistiche che ogni anno scompaiono perché fanno fatica a affrontare i costi privando migliaia di bambini e giovani di un divertimento, di una scuola di vita. Se conosco lo spirito di sacrificio, la forza di volontà, lo spirito di gruppo e la lealtà (già, pure questa sconociuta!) lo devo al pallone.
Sono d’accordo con Sandro Poceschi, l’allenatore della Ternana che ha fatto discutere (eufemismo) con le sue affermazioni sulla gara di andata e i settori giovanili. Ha detto quella tipica verità scomoda, che tutti sanno ma nessuno ha il coraggio di dire per convenienza.

Nessuna tragedia. Nessuna apocalisse. Ma un fallimento che chi dovrà pagare non pagherà, almeno non me lo aspetto.  Come ogni fallimento italiano, scaricato su altri (ci avete  mai fatto caso? I diretti responsabili, nel business come nella politica, non ci perdono poi tanto anzi, a volte ci guadagno) perché oltre all’umiltà manca anche il senso della dignità.
Si dice che in questi casi si può solo che migliorare ma lo si era detto anche dopo gli altri due fallimenti consecutivi dei mondiali del Sud Africa nel 2010 e del Brasile nel 2014. Siamo andati sempre peggio: fuori al primo turno e poi nemmeno qualificati. Il fondo lo abbiamo toccato. O no?! Forse lo sapremo da domani.

Quando scrivo di calcio lo faccio per sputare bile.
Pensate che questa sera c’era anche Santaracangiolese-Vicenza. E’ finita 2-1. Una serata di mestizia sportiva.
Eeeh, ma si può solo che far meglio.
E ci mancherebbe!
Meno male che la birra buona non manca mai! Salute.

 

Ph- Credits: facebook.com/FIGC/

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