Gli occhi degli altri

L’Italia è una Repubblica fondata sul passato

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Sarà che viaggiando un po’ ho avuto l’opportunità di riflettere sul vero significato della provenienza… E sono finalmente arrivata a dare il giusto ruolo e la giusta importanza alla mia nazionalità, domandandomi come alcuni miei connazionali siano invece incapaci di farlo. E parlo di connazionali che abitano all’estero da anni. Che hanno sulle spalle molte più esperienze di me. Persone che sembrano avere il mondo in pugno, ma che non sanno bene che fare della loro cittadinanza.

Ho incontrato (e continuo ad incontrare) persone che fanno questo tipo di discorso: “L’Italia è il paese più bello del mondo. Il 70% del patrimonio storico mondiale è in Italia, siamo il paese di Dante e di Boccaccio, degli imperatori e dei pittori, della bellezza, della raffinatezza e della moda, del buon cibo, del vino, della Ferrari….”

Hanno forse torto? No, certo che no. Quello che dicono è vero. Ma l’uso che viene fatto di queste parole mi spaventa. Una nostalgia per qualcosa che mai è stato nostro davvero, di questo si tratta. Ultimamente sembra che non abbiamo altre armi contro qualsivoglia critica a parte grandi nomi o imprese del passato.

“Noi siamo migliori per quello che altri prima di noi o altri che non siamo noi hanno realizzato o realizzano”, questo è il messaggio. Un messaggio triste, un indicatore di arrendevolezza e amaro attaccamento a successi dei quali non facciamo parte. Ma facciamo parte del paese dove questi successi hanno visto la luce, quindi possiamo e dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani. Ma perché si deve essere orgogliosi, dico io? Cos’è questo bisogno di farsi scudo con un’accozzaglia di giustificazioni? Il presente è complesso, certo, ma non è certo vantandosi del passato che si ripristinano gli equilibri e la speranza. Non è mediante le vittorie di altri che vinceremo noi. Il nostro potenziale proviene dalla nostra storia e dalla nostra cultura, non c’è futuro senza passato, ma se storia e cultura rimangono solo inchiostro su carta non ci risolleveremo da nessuna delle crisi che stiamo affrontando. Abbiamo mezzi, nel passato e nel presente, che possono istruirci e indirizzarci ma sta a noi creare. Sta a noi pensare, pianificare ed agire, qui e ora. Il sillogismo: “Io sono italiano, Da Vinci era Italiano, io sono Da Vinci!” non basta più. Essere nati su suolo italiano significa qualcosa ma non significa tutto. Non ci dà meriti. Non ci rende geneticamente inclini alla genialità. Ci appoggiamo alle nostre fondamenta così solide credendo che sia sufficiente perché il resto del mondo ci ammiri e ci desideri. Non è abbastanza, non è più abbastanza e ci si ostina a non capirlo.

Il mondo è grande ed è anche piccolissimo, è dinamico e pieno di opportunità per tutti coloro che vogliano coglierle con dedizione e senza paura dei confini di uno stato. L’Italia è sempre bellissima, sempre culla di incredibili civiltà, ma ora tutti hanno accesso a ciò che ha da offrire. Noi in quanto italiani siamo solo custodi di tutto questo, non autori o fautori. E onestamente non lo facciamo molto bene, siamo spesso irrispettosi e pigri quando si tratta di valorizzare l’arte e la storia del nostro paese, quando si tratta di investire sul suo futuro. Basti pensare alle grossolane mancanze dimostrate dagli organizzatori dell’Expo a Milano. Credete davvero di poter dire: “Ma noi siamo il paese di Michelangelo e del Colosseo, visitate Venezia o Firenze, mangiate il nostro cibo e bevete il nostro vino” per coprire l’orrore delle traduzioni o delle illustrazioni pubblicitarie, di cui “tanto non importa a nessuno”? Forse l’unico che funzionerà sarà il vino, in quantità rilevanti.

Eppure, nonostante queste incoerenze sostanziali inaccettabili, continuiamo a pavoneggiarci sulle spalle di un paese che sta crollando, in nome di una gloria che in nessun modo abbiamo contribuito a forgiare.

Io non sono Dante Alighieri e voi non siete Dante Alighieri. Non siamo Alda Merini. Non siamo Giotto o Giorgio Armani e non siamo Carlo Cracco o Samantha Cristoforetti. E credetemi, va benissimo così, che noia sarebbe se tutti gli italiani fossero davvero stilisti e cuochi e poeti o scultori, pittori, marinai? Non è questo che dovremmo volere. Dovremmo volere libertà oltre gli stereotipi. Dovremmo smettere di credere che la nazionalità sul nostro passaporto ci definisca in tutto e per tutto e che gli eroi del nostro passato possano fare di noi eroi ad honorem.

Non è la nazionalità a decidere ciò che è possibile e ciò che non lo è, quali luoghi sono raggiungibili e quali no, e sicuramente non è la nostra nazionalità a dire tutto su chi siamo. Dice qualcosa, certo, e se fossimo nati altrove quel qualcosa sarebbe diverso. Tuttavia, nazionalità è sinonimo di identità solo parzialmente. Il luogo da cui proveniamo non ha potere decisionale sulle nostre scelte e non ci solleva da esse. Noi non apparteniamo passivamente al nostro paese, non siamo schiavi del suo passato e di certo non possiamo dirci orgogliosi per traguardi raggiunti da altri.

Ciò che possiamo fare, invece, è guardare al presente e investire su idee nuove, su nomi nuovi, su noi stessi anche… su qualcuno e qualcosa che ci possa portare dal passato al futuro passando per un presente di impegno e sacrifici e lavoro. E di quell’impegno, di quei sacrifici e di quel lavoro potremo finalmente essere orgogliosi perché sarà davvero opera nostra, di nessun altro. E sarà tutto merito nostro non solo in quanto italiani, ma in quanto individui a cui importa l’uno dell’altro, individui che crescono e accettano il cambiamento, la mobilità, le alternative. Individui non sempre nati qui e non sempre vissuti qui. Non orgogliosi di essere in Italia, ma felici di esserci.

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