Il lato giusto della vita

L’importanza di chiamarsi Zuckerberg

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“Hai mai incontrato il fallimento nella tua vita, Mark? Cosa pensi del fallimento?”

“Questa è davvero una bella domanda!”

Mark Zuckerberg, in jeans e anonima maglietta grigia, sta sul palco in occasione di una conferenza ospitata dall’Università LUISS di Roma. Ascolta le domande degli studenti, gesticola in modo contenuto, con quei suoi occhietti un po’ lucidi e rossastri, che ti fanno pensare a un nerd reduce da una nottata intera passata davanti al computer.

E’ uno tra gli uomini più ricchi e potenti del mondo, e si fa “carne e sangue” per i presenti all’evento, ma anche per “noi”, che seguiamo la sua apparizione in video streaming.

La scena è talmente artefatta da apparire surreale: Zuckerberg viene inquadrato da ogni angolazione possibile e cerca in tutti i modi di farci capire quanto è umano, semplice, quanto sia “normale” la sua presenza su quel palco.

Solo che di normale non c’è nulla, a partire dal pubblico. Nessuna domanda scomoda, nessuna provocazione, un coro di angioletti che chiedono “Mark, illuminaci! Siamo bravi anche noi italiani? Mark come si cambia il mondo? Hai mai assaporato il fallimento? “.

Qualcuno degli studenti è più “cicciottello” degli altri, o più in difficoltà con l’inglese, roba che magari aveva ripassato meno il copione, o era preso dall’emozione della diretta, ma il clima restava sospeso, innaturale.

Lui è sempre li: un po’ statico, cerca di mostrarsi rilassato nei movimenti, e ormai si deve essere abituato ad impersonare la parte dell’amicone (in quanto proprietario di Facebook, penso sia un imperativo), eppure non mi sfugge quella punta di intimo disagio, quello di chi non riesce a nascondere la sua indole solitaria, estremamente competitiva e accompagnata da una fame insaziabile.

Ci sorride, sdrammatizza esclamando che è venuto a Roma per cacciare Pokemon, e ringrazia quando gli viene fatta una domanda, forse l’unica, che poteva potenzialmente scalfire il suo dominio sulla sala: “Non pensi di aver rovinato il modo di comunicare, con Facebook?”.

Ma lui se la ride sornione e precisa che Facebook non ha mai voluto sostituire il contatto faccia a faccia, ma ha inteso potenziare i modi di restare in contatto con chi non possiamo incontrare frequentemente e che presto la realtà virtuale entrerà nella nostra quotidianità.

Non riuscivo a distogliere gli occhi dal video, era uno spettacolo ipnotico e allo stesso tempo agghiacciante.

Tutti a pendere dalle sue labbra, tutti vogliosi e speranzosi di poter aspirare ad un briciolo di Zuck, un domani. Tutti a voler carpire il segreto di una delle icone viventi del capitalismo moderno, costruito sui meta-data e sulle abitudini del popolo della rete. Lui che dona 500 mila euro in pubblicità su Facebook alle popolazioni terremotate, come atto filantropico disinteressato.

Qualcosa è fuori posto in questa studiata e perfetta allegoria del deus ex machina del nuovo millennio.

E allora torna buono quell’aneddoto personale, quasi un lapsus scappato dalle serene labbra del Signore dei social, sulle foto scattate durante il viaggio di nozze, sempre a Roma, assieme alla moglie.

Foto che sembravano ritrarre spesso tre persone: lui, la moglie ed Augusto. L’imperatore che compariva in moltissimi scatti, grazie alle statue, ai monumenti a lui dedicati, ai ricordi imperituri incastonati su pietra e marmo.

Un’allusione perfetta, un’aspirazione che non riesce a nascondere: l’impero c’è, i soldi pure, l’influenza a livello mondiale è una realtà.

Se consideriamo, poi, com’è stato accolto dal presidente Renzi in pompa magna, con tanto di foto di rito, manco fosse un capo di stato, capiamo che le ambizioni del buon Mark si sono concretizzate.

Grazie Mark Zuckerberg, per aver risposto alle nostre domande, per aver reso il mondo più connesso e un posto migliore. Però per essere delle brave persone e sentirsi realizzati, non serve essere a tua immagine e somiglianza.

E per arrivare ad Augusto, ci sono ancora tanti byte da macinare, e tante stringhe di codice da sviluppare, e tanti aspetti umani che non è possibile riprodurre virtualmente o a tavolino.

Alla prossima visita, imperatore.

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